Fare Voci giugno 2023

 

Ancora nuove rotte per esplorare le scritture e gli sguardi.
Con il nuovo numero di “Fare Voci” il sentiero di attenzione va ad incontrare Fabio Pusterla e le sue poesie contenute in “Tremalume”, nuovo episodio del suo essere voce d’autore.

E il Ti racconto sono i fuochi sparsi in mezzo alle campagne, narrati da Davide Bregola nei suoi racconti di “Nei luoghi ideali per la camporella”. Con Federica Marzi troviamo anche un luogo di approdati per caso, con le radici per aria, nel suo romanzo “La mia casa altrove”.

La poesia è anche quella firmata da Sergio Pasquandrea, con i nuovi testi di “Lunario”; e da Alida Airaghi, con “Consacrazione dell’istante”. Massimiliano Bottazzo incontra il fare poesia di Emma Gustafson.

E andremo alla scoperta elle lettere che Biagio Marin ha spedito a Pasolini, contenute nel volume “I chiaroscuri di un affetto vero. Lettere a Pier Paolo Pasolini 1952 – 1969“, a cura di Pericle Camuffo.

Il tempo presente sono i testi inediti di Grazia Frisina, “Straccali” e di Roberto Lamantea, “Digital Life”; con i dieci dipinti di Annabella Dugo.

Buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail è farevoci@gmail.com)

 

 

 

Immagini        —————————

Acqua fuoco terra

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Voce d’autore        ————————————

L’intima connessione delle cose

Fabio Pusterla, “Tremalume”

di Roberto Lamantea

Il nuovo libro di Fabio Pusterla, “Tremalume“, come in una partitura musicale alterna adagi, allegretti, andanti; registri diversi: calembour, filastrocche, poesie-prosa, concatenazioni e fusioni di parole, sequenze ad anafora, canto lirico, illuminations: diverse soluzioni stilistiche per giocare con le parole, guardare il mondo con pietà e dolore, l’orrore della storia, la grazia del volo di un falco sul lago.
Pubblicato da Marcos y Marcos nella collana Gli alianti, “Tremalume” raccoglie testi scritti a partire dal 2018, alcuni già compresi, come inediti, nell’antologia “Da qualche parte nello spazio” (Le Lettere 2022). Costruito in cinque sezioni – “Le sbarre”, “Requiem”, “Cielo dei vinti”, “Lugangeles”, “Angelicanze” – è un libro bellissimo, che canta, si confida, ride amaro, risorge, si ostina. Tremalume attraversa il dolore e insegue la speranza. “Tremalume è una parola che ho inventato io”, scrive Pusterla nelle note, “è apparsa sulla pagina mentre provavo a scrivere una poesia un po’ strana, e mi è balzata agli occhi come il titolo migliore per il mio nuovo libro. Tremalume: un neologismo in cui il tremore, la minaccia e la preoccupazione non eliminano affatto la piccola sopravvivenza di un lume, di una minima luce a cui affidarsi”.
Il prologo, il testo più vicino alla sperimentazione cara a Pusterla, è un rettangolo verticale dove in diagonale e in neretto sono evidenziate le parole dell’incipit “Parola navicella” e dove le parole composte sembrano gemmazioni del “tremalume” del titolo: velavento, linguamare, falceluna, cupocielo e dove il gioco geometrico-linguistico sembra annunciare la “lucepiuma” (invenzione linguistica di una bellezza assoluta) che trasparirà da tutto il libro, “l’altissima forse speranza che va”.
C’è un “allumina” che rinvia al “Cantico” di San Francesco: “ennallumini la nocte”. Un altro raffinato gioco ritmico, semantico e fonico di Pusterla sono le anafore e i rispecchiamenti: in “Sotto il Monte Maggiore, con Giovanni 1” le tre terzine – un endecasillabo e due settenari – iniziano ciascuna con “Fiore”, i primi versi delle terzine giocano sulla sequenza di rime e assonanze “smalto-colto-travolto” e chiudono con la rima “parlatorio-ostensorio-ustorio”. Catene di parole tornano da un testo all’altro, come in una preghiera.

Uno dei temi fondamentali del libro è la storia, una storia della fatica, di violenza e attraversamento del dolore: anche gli ominidi, come noi, andavano “verso una gloria d’erba un’acqua viva”.
Una storia di gabbie, porte chiuse, cancelli, di prigionieri (con un omaggio a Francesco Scarabicchi): “Senti gli odori, i gemiti, le urla?/ Siamo qui. Ti aspettiamo. Cammina./ Siamo uguali e diversi, come te./ Sconfinati e rinchiusi“, come le scimmie nate come esperimenti genetici in un laboratorio americano e condannate all’inceneritore (in nome di che cosa? Della scienza?), di violenza sulla natura e sul paesaggio: “Paesaggio verticale. Compianto per una valle fra le tante” è un esplicito tributo a Zanzotto anche nella scrittura: “[…] Sicuramente fuggiti in un altrove/ gli antichi spiritelli silvani”; “di tutto lo snaturale snaturato rinaturato/ malamente ridetto o silenziato: e svenduto”; un mondo dove “Nessuno piange per l’erba dei prati/ la campanula si chiude e poi ricade:/ la vita è così festosa, così gioconda” (corsivo nel testo).
Oltre a Scarabicchi e Zanzotto molti sono gli omaggi e gli echi in questo libro: Dante, Char, Hölderlin, Philippe Jaccottet, di cui Pusterla ha tradotto quasi tutte le opere. Fino alla sezione su Truganini: “Secondo le cronache, l’ultima aborigena della Tasmania: l’ultima a morire, dopo il genocidio del suo popolo, verso la fine dell’Ottocento (armi utilizzate: le solite. Uccisioni, guerra nera, malattie, campi di prigionia e di estinzione)”, scrive Pusterla nelle note.
Un’allucinazione che ricorda Georg Trakl, uscito pazzo dalla macelleria della prima guerra mondiale, è la poesia di pagina 86: “Si ripete la storia, alle finestre// pendono drappi neri. Vanno urlando/ i mostri della notte sui sentieri”.
E in questa sezione c’è un distico fulminante: “Come sta Truganini?/ Come un’acqua senza mare”. Sino a “Lugangeles”, quasi una crasi fra Lugano – la città svizzera dove Pusterla vive – e Los Angeles, il caos, il rumore che hanno cancellato l’incanto, il silenzio e forse anche lo sguardo sulle cose.
Come dice uno degli ultimi testi del libro, “Aareschlucht” (“A poca distanza dal comune alpino di Meiringen, in Svizzera, il fiume Aare ha scavato delle gole notevoli” spiega la nota, “schlucht” in tedesco significa canyon): “Tutto è precario tutto è duraturo/ qui, nell’incrocio dei tempi, dove nebbie/ salgono scendono velano ogni cosa. […] Chiusi nel cono d’ombra della cronaca/ non vediamo la grandezza della storia;/ prigionieri della storia ci sorprende/ la leggenda di un sasso dilavato,/ l’accensione di un’ala, un nubifragio”. È uno degli ultimi testi di questo libro-cosmo, libro-affresco: con il suo sguardo innamorato della vita Pusterla cerca le tracce, gli esilî del silenzio nel rumore, la sopravvivenza e lo stupore dell’incanto in versi-acquarello:

Poi verso sera arriva un elicottero
atterra rosso in un prato. Paramedici
corrono in una casa con barella e strumenti.
Un bambino va veloce sopra i monti
nell’aria verso ospedali di città.

Una lama ci ha sfiorato e sugli alberi i rami
più alti tremeranno per molti minuti.
Dalla nebbia sbucano quattro caprioli,
corrono saltano nell’erba bagnata,
la pioggia diventa furiosa e fa notte.

 

Dal libro:

Bisogna entrare nel silenzio per spezzare il silenzio. Accettare l’assenza di voce, trovare la voce (o il ringhio feroce?).

*

Sono andati via tutti,
a uno a uno o per gruppi
come capre sbrancate.

Sbadati, hanno lasciato
indietro cose inutili: le ossa
sparse nei boschi o appese
come ghirlande agli alberi,
teste infilzate su picche
o bambini annegati.

Morivano di fretta.
Nessuno li ha salutati.

*

C’è un cervo che nuota nel lago
di notte nell’acqua scura
un cervo che corre saltando
sul tondo della luna.

C’è un cervo che si avvicina
che viene dal buio profondo
un cervo che porta fortuna
e viene incontro al mondo.

*

Ciò che è minuscolo
si è manifestato

ciò che è invisibile
ha imposto di guardare

fragili fondamenta assi divelte
su cui camminavamo.

L’intima connessione delle cose
splende ora nella rovina e nel dolore.

Può essere paura.
Può dire nuovo ardore

per acrobati al filo dell’abisso:
andare oltrepassare ricongiungere.

 

 

Intervista a Fabio Pusterla:

In “Tremalume” i temi principali mi sembrano la natura, la storia e il tempo. Come ci ha insegnato anche la fisica il tempo non è lineare, la natura e il paesaggio sono devastati, la storia è tessuta di violenza con lo sterminio di interi popoli (la sezione “Truganini”) eppure – suggerisce il titolo – sebbene tremolante, fioca, quella luce, simbolo di un po’ di speranza, c’è. Può essere una lettura del libro?
Certo, è una lettura pertinente. Il tempo e lo spazio sono stati rivisitati e reinventati dalla fisica più recente, cosa che ci obbliga a considerarli meno ovvi e lineari di quanto potessimo credere. Entrambi poi sono stati anche devastati, dalla violenza della storia e dal “progresso scorsoio” di cui ci parla Zanzotto, due cose che spesso si avvitano poi l’una all’altra.
In questo quadro generale, viviamo; e la speranza resta, per quanto razionalmente a tratti improbabile, “the force that through the green fuse drives the flowers”, come scriveva Dylan Thomas. La speranza e il desiderio.

Tra i tanti autori citati c’è Andrea Zanzotto: nel poeta di Pieve di Soligo è centrale proprio il tema del paesaggio, che nel Veneto è stato devastato più che altrove dal “progresso scorsoio”. Una sezione di “Tremalume” s’intitola, “Lugangeles”, sarcastica e amara sintesi tra Lugano e Los Angeles. Che cosa abbiamo perso negli ultimi decenni? O forse la vagheggiata autenticità di cui aveva nostalgia Pasolini è solo un mito?
Zanzotto, certo. Un autore a cui sono arrivato relativamente tardi, perché ho impiegato molto tempo per attraversarlo e imparare a muovermi nella sua opera; ma che adesso sento particolarmente vicino. Zanzotto, che era nato nel 1921, avrebbe sicuramente saputo spiegare “cosa abbiamo perso”; io sono nato nel 1957, e ho la sensazione che il mutamento fosse già potentemente in atto.
Di quel mondo che il mutamento ha devastato ho naturalmente visto qualche scampolo, qualche immagine, sentito qualche profumo. Ma nel complesso io sono già nato nel tempo della perdita e della devastazione in atto.
Forse è per questo che mi sembra di non nutrire una particolare forma di nostalgia. Se, con tutti i rischi che conosciamo, Pasolini poteva guardare al “tempo del pane”, magari mitizzandone qualche aspetto, noi viviamo per forza di cose nel “tempo della merce”.
Se abbiamo perduto qualcosa, direi con un paradosso apparente, questo qualcosa è davanti a noi, come un orizzonte verso cui dirigersi o un’uscita di sicurezza per ora invisibile.

Uno dei valori che sembrano scomparsi è il silenzio, tema a cui dedica due cinquine. Scrive: “So che ci sei/ non so dove, in quale vicolo o buco”. Paradossalmente più viviamo nel mondo del rumore più riaffiora il tema del silenzio a cui, negli ultimi anni, sono anche stati dedicati diversi libri. Conclude: “Ci incontreremo/ per caso in uno spazio affollato/ o deserto. Ci riconosceremo, mi dico”. È una speranza, un sogno, un’autoillusione?
Credo sia le tre cose insieme, e non so dire quale delle tre forze prevarrà, per me e per noi. Quanto al silenzio, è appena necessario dire che esso è la condizione necessaria per la nascita della parola poetica. Uscire dal brusio, dal chiacchiericcio, dal vociare; entrare nel silenzio, sperando di trovare laggiù una parola più vera.
Così nelle incisioni rinascimentali il Silenzio era spesso raffigurato come un giovinetto nudo, a volte bendato, con un dito sulla bocca e un ramo di pesco nell’altra mano.

Che cosa vuol dire essere un poeta di lingua italiana in Svizzera?
Per molti aspetti non vuol dire nulla di particolare, se non qualche vantaggio non disprezzabile: l’attenzione che la Svizzera riserva alla cultura, la possibilità di dialogare con la parte francofona e tedescofona del paese, la probabilità di tradurre e essere a volte tradotti.
Ma per il resto, vivere a Lugano o a Busto Arsizio cambia poco, direi. L’importante è stabilire veri e profondi contatti con la cultura italiana contemporanea; a quel punto, non importa poi moltissimo dove si vive.

Non aver cura di te/ non risparmiarti. Brucia.// Se sprofonda la luce/ va’ con lei”: sono versi bellissimi. La poesia canta il dolore e diventa luce, quindi rovescia il dolore in luce. Pusterla, ha senso oggi la poesia?
La ringrazio; questi versi appartengono alla piccola famiglia dei versi per me miracolosi, nel senso che non li avevo pensati bene prima di scriverli, e sono state le parole a trascinarmi, a condurmi dove non sapevo di voler o poter andare.
Ma in quello che ho appena detto, e che spero non suoni troppo retorico o enfatico, c’è in fondo la risposta alla sua domanda conclusiva: non saprei rispondere in assoluto. Ma se la poesia, quella che leggo o quella che provo a scrivere, ha ogni tanto il potere di rivelarmi qualche stato dell’essere che prima ignoravo, allora sì, la poesia ha un senso oggi. Forse, a ben guardare, potremmo dire: soprattutto oggi.

 

L’autore:
Fabio Pusterla è nato a Mendrisio nel 1957. Laureato in Lettere moderne con Maria Corti all’Università di Pavia, insegna al Liceo Cantonale di Lugano 1 e all’Università della Svizzera italiana a Lugano; ha tenuto per alcuni anni corsi all’Università di Ginevra.
È stato tra i fondatori della rivista letteraria “Idra”, edita a Milano da Marcos y Marcos. È poeta, traduttore (soprattutto dal francese, con qualche incursione nella letteratura portoghese) e saggista.
Collabora a giornali e riviste in Svizzera e in Italia. Ha diretto l’edizione critica delle opere di Vittorio Imbriani e pubblicato saggi, traduzioni, volumi di versi.
Nel 1985 ha vinto il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione editi. Nel 2007 gli è stato conferito il secondo più importante premio letterario svizzero (secondo solo al Premio Schiller), il Premio Gottfried Keller.
Nel 2009 la “Collezione di poesia” di Einaudi (la “bianca”) ha pubblicato un’antologia di poesie del periodo 1985-2008 con il titolo “Le terre emerse“, con il quale nel 2009 ha vinto la sezione poesia del Premio Giuseppe Dessì.
Il regista Danilo Catti ha realizzato su Pusterla il documentario “Salamandre, gatti ciechi, rotaie” per il ciclo “Lettere dalla Svizzera” (produzione SRG SSR idéé suisse 1998).
Tra i suoi libri più recenti: “Corpo stellare”, Marcos y Marcos 2010; “Cocci e frammenti”, Alla Chiara Fonte 2011; “Argéman” Marcos y Marcos 2014; “Da qualche parte nello spazio” Le Lettere 2022.
Tra i libri di saggi “Il nervo di Arnold e altre letture. Saggi e note sulla poesia contemporanea”, Marcos y Marcos 2007.
Fra le traduzioni quasi tutta l’opera di Philippe Jaccottet.

(Fabio Pusterla “Tremalume” pp. 192, 20 euro, Marcos y Marcos 2022)

 

 

 

 

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Il fuoco in corpo

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Tempo presente       ————————

Straccali

Testo inedito

di Grazia Frisina

Un novembre che è già – cielo terra mare – grigio a perdita d’occhio.

Al suo orecchio beccheggia il perenne e incantatorio sermone del mare, che sfalda il tempo in un incurabile vuoto.
Come un pigro mantra non cessa la liquida ondosa monotonia.

Sulla battigia: carapaci, alghe, fradici legnetti, gusci, cavallucci, stelle, molluschi e tentacoli agonizzanti: gettati all’insignificanza.
Relitti. Null’altro che mutile cariatidi, incrostazioni di antichi scenari.
Spreco del mare. Forse.

Non le occorre cercare negli interstizi, tra scarnificazioni e goffrature, i millenni addossati a millenni, il brusio dei loro universi, la voce irraggiungibile dell’abisso, l’attimo in cui le onde cristallizzarono il loro fiato in volute di chiocciole o lo confusero a grida, a preghiere di annegati.

Dietro di sé lascia lascia sé
le sue orme lascia, l’irrisoria mappatura di passi sonnambuli. Cammina evitando di calpestare i lacerti naufragati sulla spiaggia durante la notte.
Là, disseminati nell’abbandono, sembrano, dopo tanto travolgimento, riposare in una inane quiete, una calma di non attese.

Straccali li nominava Lorenzo Viani. Li dipingeva sulla sponda della sua Versilia: lui il pittore degli ultimi, della fatica incavata nei corpi, della sporca povertà intrisa di primitivo e santo dolore;
della disperanza.
Li dipingeva, gli straccali, quasi a voler nelle sue tele imprimerne l’ignorata seduzione, officiarne la salmastra vitalità, la risonanza onirica, celate dentro quel marino trabocco.
Era il suo intento:
congiungersi alla religione, grama e priva di rituale, dell’inutile.
Nei suoi quadri:
la tacita, ma fortemente incarnata dalle pennellate, dichiarazione d’amore per lo scarto.

Adesso lei non sa che cosa va cercando, ma a quella minutaglia volge una mansueta attenzione e
con lentezza affettiva raccoglie – movenza da vestale – a uno a uno
spicchi di vetro luccicanti conchiglie valve…
i polpastrelli percorrono le erosioni, le crepe, le mitologiche levigazioni, attraverso cui sente la cadenza oblativa del mare.
Il sangue l’assorbe.

Dinanzi – le si divarica una minuta verità:
il pensiero è mondiglia che basta uno scocco di vento, uno strappo alla carne, per svolare, prendere direttrici impossibili.

Un’urgenza infantile – Si volta indietro:
le sue orme: indecise discontinue anonime, sbriciolate tra la sabbia:
il mare le ha inghiottite.
Qualcosa di esse, dell’afrore salino, di quel frantume – splendore miserabile protetto sul palmo – la riporta altrove, a una resa di vita,
alla chiave persa, all’uscio sprangato, ai cortili sotto la pioggia, senza glicini né giochi di bimbi, a un viaggio in treno col gelo nelle ossa
fino ai cocci di sogni aspettative sentimenti, rovinosamente scivolati lungo i giorni,
gli anni.
Ferite. Macerie –
A brani smembra forse la passione?*

E poi, alle fluttuazioni dell’anima sversate – come di stormi contro le rocce – sulle pagine della notte! Così colme di naufragi, di brandelli, di ritagli, di abrasioni, di sporgenze e titubanze: abbozzi di mondi, rimanenze di frasi, di romanze e contrade: schegge marginali fuoriuscite dai geyser di chissà quale epoca o sottofondo sonoro.
E chissà come e perché.
Residuo opaco di reminiscenze: sotto la fronte un formicolio inservibile.
Vuoti a perdere.

Non potrebbe supporre peggiore deriva – la sua, quella che là giace caoticamente scritta sulla sponda delle insonnie in foglietti sparsi – le minacce, l’assalto della menzogna e dell’artificio, l’echeggiare impuro delle parole, la smorta sillabazione tra i denti e la lingua, l’inconclusa oscillazione tra accoglimento e rinuncia.
Un estremo pulsare e infine l’inappellabile cancellazione? per sempre? sotto le ciglia, da tutto? Nel tutto nullo?
Abbuiamento.
Questo lo sbocco di ogni cosa?
Lei vuole vuole vuole
vuole invece rianimare ciò che, ad occhi sprezzanti, apparrebbe natura morta, esangue sfacimento.
Lei vuole andare nell’imo, al fondo, toccare la cinigia, il cuore della fiamma silenziosa, a costo di – tutt’incendio – divampare, fino a
bruciarsi tutta.
E dalla cenere snidarsi – uccella Fenice – in iridescenza divinatoria.

Si passa la lingua sulle labbra screpolate, secche di sale.
Allunga il passo – Quel poco tra le dita, poesia.
Segretamente a sé stessa sorride e al mare.

*M. Cvetaeva, Poema della montagna epilogo, v.15 in Sette poemetti

 

L’autrice:
Grazia Frisina vive in Toscana, è stata docente di Lettere nelle scuole superiori.
Ha pubblicato il romanzo “A passi incerti” (2009), il dramma poetico sulla Shoah “Cenere e cielo” (2015), e “Madri” (2018) con prefazione di Marinella Perroni, (tre pièces su alcune figure femminili del mondo biblico).
In poesia ha pubblicato le raccolte “Foglie per maestrale” (2009), “Questa mia bellezza senza legge” (2012), “Innesti” (2016 – opera vincitrice alla XVI edizione Contropremio Carver, 2018), “Pietra su Pietra” (2021), “Avrei voluto scarnire il vento” (2022 – secondo premio al concorso La Ginestra, 2023).
Ha ideato e curato i dialoghi poetici: “Ricordi come raccoglievamo i narcisi” sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (presso la biblioteca San Giorgio, Pistoia 2015) e “Il mare nel vento – Una voce dentro l’altra”, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (presso la casa-museo Guidi, Firenze 2017).
È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali e internazionali.
Ha partecipato al festival di poesia “Notturni di versi” di Portogruaro (2016 – 2021).

 

 

 

 

Immagini         —————————

Anche le regine piangono

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Ti racconto         ————————-

Fuochi sparsi in mezzo alle campagne

Davide Bregola, “Nei luoghi ideali per la camporella”

di Giovanni Fierro

Paese di confine tra regioni e province. Sembra strano incamminarsi e in pochi chilometri spostarsi dalla provincia di Mantova a quella di Modena oppure, verso est, a quella di Rovigo, passando il ponte del Po, oppure, a sud-est in provincia di Ferrara. Tre regioni e quattro province in meno di dieci chilometri. Scherzo dell’uomo, si direbbe, fantasia di burocrati creativi”.
È questa la geografia esplorata da Davide Bregola, nel suo più recente libro “Nei luoghi ideali per la camporella”. Uno spazio minuto eppure di così ampio respiro, che viene raccontato e vissuto in tredici racconti, scritti da Bregola dal 1990 fino al 2022, e che permette all’autore di costruire una narrazione che si fa anche documentazione, memoria di luoghi e presenza, ricordo personale e idea letteraria.
Le persone e la natura qui trovano incontro ed appartenenza reciproca, perché “La campagna, ad ascoltare bene, ha tanti di quei rumori indistinti che a stare concentrati si possono percepire gorgoglii incredibili: frusciare tra le erbe di animali impauriti, cani in lontananza abbaiano incessantemente per giorni interi, un aereo invisibile dalle nuvole passa e provoca un gran tuono ché ha superato la barriera del suono”; e da questo nasce una unicità che si fa preziosa, che trova nelle persone narrate dall’autore una propria originalità, che con caparbietà sfuggono alle regole del mainstream, alla copiatura indotta dall’omologazione.
Perché Davide Bregola pone la propria attenzione a chi vive ai margini, a chi ha fiducia in ciò che rimane, anche se è a volte è un qualcosa di abbandonato. Le case di una volta come i sentimenti di adesso.
In queste pagine c’è sempre un dialogo e un confronto tra il tempo che è stato e quello che è adesso, senza scivolare sulla pericolosa buccia della malinconia, sempre con la capacità di sottolineare ciò che è stato perduto, che non può tornare più. Ma che proprio nella verità di questa assenza è diventato il sangue che scorre nelle vene del presente.
Anche quando il progetto di una propria esistenza ha risposte che non asciugano i dubbi: “Prepariamo in gran segreto la scialuppa per andare al centro commerciale vicino all’aeroporto. Lì c’è una palestra dove il gestore ti può dare l’anabolizzante giusto per pomparti con il codice a barre”.
Lo scrivere in “Nei luoghi ideali per la camporella” è una narrazione che chiede a tutti i sensi di essere coinvolti, è un continuo invito a vivere la percezione di ciò che viene raccontato con tutto il corpo, ad andare incontro a queste storie con la propria esistenza e la propria intuizione cardiaca.
La provincia in queste pagine diventa così un epicentro, mai epico ma sempre umano, una risorgiva continua di significato ed appartenenza, possibilità da immaginare e di cui mai fare a meno.
Perché si può proprio credere che qui il mondo ha origine: “Nei fossi c’era una brodaglia primordiale, verde e grassa, fatta di flora ittica, al cui interno girini neri sembravano macerarsi prima di fare la metamorfosi e diventare rane. L’origine della vita era nei fossi”.
E allora questi non sono i fossi da saltare oltre e lasciarsi alle spalle, ma i fossi in cui bisogna iniziare a saltarci dentro. È lo scegliere da che parte stare.

 

Dal libro:

Mi piace, nelle sere di fine stagione, vedere fuochi sparsi in mezzo alle campagne tra Mantova e Ferrara, sulla strada Virgiliana. Ti avvicini, senti un crepitio leggero, poi il fuoco prende forza e le fiamme sembrano ghermire alberi spogli e zolle. Tra gli arabeschi di scintille si consuma ossigeno e si vive una sospensione di calore con ondate che invadono il corpo e non sai se fa male o si sta bene. Manca il respiro per un attimo, si volta la faccia per non sentire il calore addosso, e tutto passa.

*

Il pozzo era una bocca spalancata che ingurgitava tutto ciò che arrivava dal cielo. Dalle viscere prendeva tutto quello che c’era nell’antro sotterraneo e lo faceva emergere. Quelle fauci potevano ingoiare qualsiasi cosa e sputarla sotto forma di acqua. Era la bocca della terra e pronunciava un’unica vocale, una “o” prolungata, circolare, tonda. Da quel rostro uscirono tante parole. Qualcuna la compresi. Altre le ho dimenticate.

*

Non tutte le strade mi parlano, ma quelle di paese, le strade di campagna, quelle che finiscono contro u pilone o a ridosso di un traliccio sono più loquaci di altre. Le capisco come quelle tre strade fatte di ponti, vegetazione e confini. Lungo la strada ci sono brandelli di foglie secche, piume di varie grandezze e colori, mozziconi di sigaretta, frammenti di vetri rotti, trasparenti, azzurri, rossi.
Cammino e mi sembra di calpestare secoli passati, fondamenta, tombe e ossa, legno seppellito di smottamenti, edificazioni.

 

Intervista a Davide Bregola:

La provincia, anche con la sua natura, in questo libro è luogo esplorato e mostrato. Cos’ha di così speciale, da dedicarle uno sguardo così attento e vario?
Non c’è nulla di speciale, oppure è uno spazio molto speciale. Dipende dallo sguardo con cui si vedono natura, provincia, paesi. Per quanto mi riguarda l’idea iniziale che ha fatto scaturire il desiderio di raccontare è questo essere tutto completamente fuori dal mondo.
I paesi nei quali ambiento le mie narrazioni sono isolati, non sono mai rappresentati dai media mainstream, le persone di cui racconto non sono per niente alla moda. Ho fatto una scommessa, in questa trilogia nella quale è compreso anche il libro “Nei luoghi ideali per la camporella”: provare a vedere il passato, il presente e un pezzetto di futuro.
Come? Con uno strumento poco seduttivo per la maggior parte delle persone. Il racconto, un certo tipo di scrittura, con in testa Ariosto, Pederiali, Burroughs e James Ballard. Le facce dei dipinti del Guercino e di Mantegna.

 In particolare il paese di Sermide ritorna più volte nel libro. Come mai?
Sermide è un paese particolare per posizione geografica. In cinque chilometri ci sono tre regioni e quattro provincie, con dialetti diversi, storie diverse, ma anche tratti comuni. Basso mantovano, Destra Po, zone industriali praticamente inesistenti, campi agricoli dove lavorano magrebini e pakistani. Lombardia. Il luogo più povero del ricco Nord. Considerata dalla politica “Zona depressa” da rivitalizzare.
A ben vedere c’è tutto per uno scrittore. Luoghi di preveggenza economico sociale con annesso spopolamento, invecchiamento della popolazione, riconversione di ospedali in RSA per anziani, colture intensive, allevamenti suini e bovini sovvenzionati da Stato ed Europa, chiese e moschee.
Come dicevo prima c’è tutto: passato, presente, futuro. Poi c’è il Po. È talmente cambiata la storia, in questi ultimi trent’anni, che persino i cinesi chiudono i bar.

Tutto “Nei luoghi ideali per la camporella” è una geografia raccontata. Ma anche il tempo è qui importante. Sia perché i racconti sono stati scritti in momenti diversi, sia perché ci sono narrati vari tempi storici; che geografia di tempo hai costruito?
È composto da racconti vecchissimi, di un me poco più che ventenne, e poi ci sono racconti più recenti, di un uomo alle soglie dei cinquant’anni. Speravo si sentisse lo iato, la disomogeneità, proprio per sovvertire lo stereotipo dei racconti ben fatti, stilisticamente equilibrati, inattaccabili dal punto di vista formale. Volevo “scrivere sbagliato”. Ovviamente “sbagliato” secondo il buonsenso della manualistica novecentesca. È sempre stato molto strano per me vedere che la vita è un casino totale, non sai mai come può andare a finire la giornata o l’esistenza, e poi ritrovare un’arte regolarizzante, in cui tutto deve tornare e avere senso.
La vita è random, imprevedibile, e le narrazioni invece devono fare tornare i conti? Com’è questa storia? Allora sono andato a vedere vecchi racconti in dischetti e hard disk di computer inutilizzati, storie scritte negli anni ’90, che al tempo non andavano bene perché bene o male erano stati rifiutati un po’ da tutte le riviste, erano rifiutati da una manciata di scrittori, da due o tre case editrici, e nel momento di creare una raccolta di racconti mi sono detto che sì, adesso potevano funzionare.
Potevano funzionare oggi perché nel frattempo alcuni di quei racconti sono diventati antichi e inserirli dentro a una raccolta con testi scritti di recente mi sembrava facesse uno strano effetto dove pur non tornando i conti c’è dentro un certo stile, certi contenuti bislacchi.

E rispetto a questo tuo testimoniare, nella provincia da te raccontata cosa si è perso nei decenni? E cosa rimane invece?
Rimangono gli spazi, i muri, le vecchie pietre. Anche le macerie rimangono e possono essere raccontate. Platonicamente rimangono le idee là, nell’iperuranio delle storie di pianura. Rimangono le tracce, purché raccontate.
È andato perso praticamente tutto in trent’anni, nel senso che c’è ancora tutto ma le generazioni non ne hanno preservato il ricordo. Un ragazzo per esempio mi ha detto che “gli scherzi” tra amici non esistono più. Le burle non esistono più. Ma io in due racconti parlo anche di scherzi e burle.
Non ne parlo per questioni di folclore o perché i bei tempi andati non tornano più, ma ne parlo perché in certa letteratura, per esempio in Teofilo Folengo, così come in Rebelais, in certe fiabe della tradizione, la burla, lo sberleffo, lo scherzo, sono parte integrante delle storie.
Questo per dire che per ogni scelta che ho fatto c’è sempre qualche autore o qualche poeta prima di me ha fatto o scritto o detto qualcosa che trovo compatibile con la mia idea di letteratura.

Il tuo è un libro il cui respiro ha a che fare con la poesia. Cosa ne pensi di questo?
Certi testi possono sembrare prosa poetica. Possono avere un andamento lirico. Era ciò che volevo, anche perché il libro precedente “Fossili e storioni”, in cui racconto un anno vissuto sull’acqua, unisce prosa e poesia. Mi piace scrivere così perché sono da sempre un lettore di poesia, apprezzo la metrica, le figure retoriche della poesia. Più della trama mi interessa il ritmo, la suggestione lirica.
Qui da noi, più dei narratori, hanno inciso i versi di Umberto Bellintani, poeta del libro “Nella grande pianura” per Mondadori, più della narrativa hanno raccontato con più forza i versi di Ivano Ferrari, che in “Macello” edito nella “bianca” Einaudi ha raccontato l’apocalisse. Bertolucci, Bacchini, Bevilacqua poeta…solo per rimanere ai contemporanei e ai poeti del ‘900.

“Nei luoghi ideali per la camporella” mi piace molto perché poni il tuo sguardo su figure minori, uomini e donne che stanno, sono stati, ai margini della storia con la esse maiuscola. Ma che sono, sono diventati, personaggi a loro insaputa. È così?
Mi piace avere lo sguardo sulle persone fuori scena, su quelli che non verranno mai considerati, con falsa retorica, eroi. Racconto vite minime in luoghi sperduti. I turisti vanno in massa da altre parti, ed è bene così. Sono cresciuto con l’idea delle TAZ (zone temporaneamente autonome) e alla filosofia di Hakim Bey ho dedicato molto tempo. Ho portato quell’idea di “cultura alternativa” nei paesi, tra la gente che lavora in officina, in campagna, o che fa i turni nel distretto medico modenese.
Il mondo è pieno di questi luoghi e in mezzo alla pervasività della comunicazione questi sono i posti benedetti perché ancora non sono stati scoperti e sottoposti al fuoco di fila delle telecamere per schermi e spettatori seduti sul divano a guardare il mondo scorrere.
Ti racconto dei poli logistici e dei padroncini perché lì ci vedo un futuro di merci e lavori poco specializzati. Trasporto su gomma e magazzini, magazzinieri e donne delle pulizie. Cooperative e Corrieri espressi. Argini e fossi, pozzi e terra a maggese su cui metteranno un enorme cubo di cemento o una tensostruttura per la sagra del paese.

In queste pagine è forte la costruzione di un senso di appartenenza, alle piccole cose, agli avvenimenti più minuti… cosa significa per te fare tutto questo?
Significa partire dalle cose minute per costruire mondi che hanno a che fare con la memoria, col cambiamento, e spesso sono il correlativo oggettivo, la parte per il tutto. Faccio un esempio: se raccolgo e colleziono le cartoline in vendita dal tabaccaio del paese, quelle cartoline prodotte dal dopoguerra in poi, in cui c’è l’immagine di un interno di pizzeria, poi in un’altra c’è la cartolina dell’ospedale, in un’altra ancora c’è un motoscafo sul Po con un uomo che fa sci nautico, so che posso rischiare il folclore, rischio il trash o il champ, ma queste cartoline lavorano nel mio immaginario, lavorano tra gli spazi delle mie passioni letterarie e producono una suggestione.
Mi piace lavorare al limite, rischiando trash, champ o il fallimento… Se racconto le piccole cose, e le raccolgo, mi vengono in mente “Il partito preso delle cose”, ma anche il “De Rerum natura”, le “Georgiche” e i ricordi di Joe Brainard. Ma mi servono anche il quotidiano di provincia e il mensile del paese. Dico che “mi servono” perché nella mia testa agiscono come macchine narrative e il mio algoritmo interiore cercherà, tra miliardi di possibilità, quello che può andare bene per me e sento più adatto.
È la mia idea di letteratura. La racconto così, sentendo voci e guardando le minuterie come possono essere le cartoline vintage. Tutto questo è il mio senso estetico, ma ha anche a che fare con un’etica.
Gli avvenimenti più minuti: adesso che scrivo mi viene in mente la volta in cui Gim voleva attraversare da sponda a sponda il fiume. Da una parte Lombardia, dall’altra il Veneto. Gim di sessant’anni. Sportivo, salutista, custode del campo di calcio e postino. Machista, fisicato, con il mito per la forma fisica. Lui in acqua, io in barca con alcuni amici che facevano le riprese in VHS.
Lì il Po è largo, c’è bisogno di tante bracciate. Di qua la canottieri che negli anni dell’industrializzazione era un magazzino con carrucole per lo zuccherificio, successivamente è diventato un ristorante sul Po, ora è il centro educativo ambientale. Passano gli anni. Gim l’ho rivisto qualche tempo fa in ambulatorio dal medico e parlava del suo tumore allo stomaco. Ha ottant’anni. Dice che ancora corre sull’argine e fa ginnastica.
A ben vedere c’è tutto, ci sono tutti gli elementi per un racconto. Tutto questo per me ha un significato forte. Il prima, il durante, il dopo. Immobili riconvertiti ed esseri umani. Campagna pervasiva e allevamento bestiame. Produzione intensiva, macelli, rispetto per l’ambiente e per gli animali. Non è tutto un controsenso? Merita di essere raccontato.

 

L’autore:
Davide Bregola è nato a Bondeno, in provincia di Ferrara, e ha vissuto l’infanzia a Ostiglia (Mn) per poi andare a vivere a Sermide (Mn). Studia a Ferrara, dove ha frequentato Facoltà di Legge.
Ha esordito nel 1996, quando due suoi racconti (“Frenchi Fagiano è un tecnovillano” e “Gioventù sonica”) vengono pubblicati nell’antologia “Coda”, che seleziona testi di giovani scrittori sotto i 25 anni.
Nel 1999 ha pubblicato la raccolta di racconti “Viaggi e corrispondenze”, con la quale vince il Premio Tondelli per la narrativa. Inizia poi a lavorare nel campo dell’editoria e del giornalismo, collaborando alle pagine culturali di Il Foglio e de Il Giornale, e tenendo incontri e seminari di scrittura creativa.
Sul tema della letteratura migrante in lingua italiana pubblica nel 2002 il libro “Da qui verso casa”, che raccoglie interviste con narratori, e nel 2005 “Il Catalogo delle voci”, in cui intervista poeti.
Altre sue opere narrative sono “Racconti felici” (2003), nella quale ripropone i suoi racconti d’esordio, il romanzo “La cultura enciclopedica dell’autodidatta” (2006).
Con “La vita segreta dei mammut in Pianura Padana” ha vinto il Premio Chiara nel 2017.
Ha pubblicato anche “Fossili e Storioni (Notizie dalla casa galleggiante)” e “I ragazzi del Rio”, entrambi nel 2019.
È autore di una traduzione de “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, opera intorno alla quale ha scritto anche i libriccini “Colora il tuo Piccolo Principe” e “Lezioni di vita del Piccolo Principe per disillusi”.

(Davide Bregola “Nei luoghi ideali per la camporella” pp. 140, 16 euro, Avagliano 2022)

 

 

 

 

Immagini        —————————

Where we are going Daddy

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Voce d’autore        —————————-

Ma bisogna fare silenzio

Sergio Pasquandrea, “Lunario”

di Giovanni Fierro

Il “Lunario” di Sergio Pasquandrea è un invito ad avere fiducia nella percezione. Anzi, ancor di più, ne è una esplorazione, un atto necessario per riconoscerla che si muove e si modula attraverso la poesia, lo scrivere che si fa lettura del reale e di ciò che brama a diventare vero. È una dichiarazione di poetica: “io che già mi scompongo/ nel vibrare del tempo”.
E a questo scomporsi, in questo allargare le possibilità di cogliere ciò che si manifesta anche prima di un pensare, e che innesca il sentire in ogni sua più viva esattezza, Sergio Pasquandrea è capace di ricondurre ogni testo che compone il suo libro. Dentro un accadere di segni che si nutrono di ogni più piccola e minuta annotazione, in ogni sua minima variazione.
“Lunario” è il dare luogo a molte e differenti espressioni; dalla stagione di un tempo indicato, “Settembre è questo lieve capogiro/ quest’odore di petali e di terra/ è questo soprassalto che mi ferma/ il respiro”, alla più piccola increspatura di una esistenza, “tra le foglie fradicie qualcosa si muove/ un cane abbaia al vuoto/ l’acqua verde si increspa/ attorno all’erba sommersa”.
E la percezione per Pasquandrea è anche il saper annullare distanze e creare vicinanze; anche se il prezzo da pagare ha a che fare con il dolore: “Davanti alla scuola gli albicocchi/ sono in fiore. La gente/ muore – lontano lontano da qui”.
La sua poesia ha bisogno anche del respiro della natura, così presente in queste pagine, dove si può riconoscere un mondo intero, quando “gli iris intorno a casa sono tutti selvatici/ soprattutto quelli bianchi spuntati/ dietro il cassonetto dell’immondizia/ fra le margherite e le stelle di Betlemme”, e “persino sotto il sole quasi estivo/ il mare ha colore e durezza minerali/ e i corvi passeggiano fra le alghe nere/ deposte strato dopo strato dalla marea”.
Lo scrivere dell’autore fa emergere e svela, toglie dal nascondersi i paesaggi più intimi, che nello sguardo di chi osserva – e di chi questi testi li legge – trovano nuova accensione e senso, diventano riflessione e non solo memoria di immagini.
E poi c’è Dublino, città che anima una corposa sezione del libro. Ma è la Dublino lontana dalle mappe turistiche, la città che sa intimidirsi e raccontarsi in silenzio, anche in ogni sua piccola dimenticanza. Come a Sráid Na Binne Bohrbe (Benburb Street): “Confido che una città si possa conoscere/ osservando attentamente i suoi marciapiedi/ ciò che gli abitanti hanno lasciato cadere/ e dimenticato di raccogliere“.
Perché poi “Lunario” non si dimentica di avere i piedi ben saldi anche nella cronaca di ogni giorno, nel confronto con ciò che accade e che chiamiamo società. E forse tutto il libro è proprio un confronto con il nostro tempo presente; un disegno fatto a mano, sull’ultimo foglio di carta rimasto, dove distintamente puoi vedere che “gli aquiloni/ si sollevano a stento. Le pinete/ trasudano di resina. Ogni corpo/ ogni oggetto è concentrico al suo nulla”.
Perché a volte la vita è una primavera annunciata troppo in anticipo, dove però puoi “dire le cose più aperte/ le radici vive dopo il silenzio”.

 

Dal libro:

Mono no aware

Queste cose che accadono
intorno e dentro me
e questo me che accade
nel mezzo delle cose

e questo me e le cose
che non sono ma accadono
questo eterno accadere
senza riposo d’essere.

Un giorno smetterò
di accadere nel mondo
e cadrò nelle cose
che accadono e non sono

ma già non sono: accado
e la mia forma è breve
un brulicare d’elitre
uno sciame leggero.

Come già mi confondo
con questa luce opaca
con questa goccia persa
tra milioni di gocce

io che non sono io
che non sarò e non ero
io che già mi scompongo
nel vibrare del tempo.

*

Eppure

sotto questa crosta di metafore
devono esserci le cose
come sotto la pelle c’è la carne
e sotto la carne le ossa
bianche e pulite.
Così dev’esserci il mondo
dietro la mia mano che lo tocca
dev’esserci un altro corpo stretto al mio
dev’esserci un senso qui e ora
ma bisogna fare silenzio.

*

Seanchill (Shankill)

Questo rovo di more maturato
nel pieno di settembre non ha certo
alcun bisogno di versi. Mi ha offerto
il suo rosso e il suo nero
di frutti quasi insipidi. Io ho mangiato.
E questo è tutto. Non c’è alcun mistero.

*

De Humani Corporis Fabrica

Sull’armadietto dei medicinali
ho disposto in bell’ordine
tutto ciò che mi serve a mantenere
il corpo in efficienza:
i flavonoidi il paracetamolo
silodosina omega-3 tubetti
di lenitivi e di pomate e poi
Oki e cerotti per ogni emergenza
e un olio detergente delicato.
Ho imparato a dosare
a tener conto delle interazioni
prevenire se serve
prestando orecchio ai minimi segnali
ai cigolii del meccanismo. Solo
così si garantisce l’equilibrio
artificiale che mi tiene in vita
e rallenta il declino programmato

(perché lo so che il corpo non è fatto
per sopravvivere alla giovinezza
e che compiuta la predestinata
trasmissione genetica dovrebbe
restituirsi al ciclo del carbonio
e dell’azoto: ma
io me lo tengo stretto
lo mantengo coeso
senza sapere più se è lui il mio docile
animale da soma – o io il suo.)

*

Terra di nessuno

Certe volte mi dico: una poesia
dovrebbe somigliare a quei posti
segnati sulle carte ma rimossi
dalla memoria collettiva;
posti come Verbania Campobasso
Sondrio Terontola: posti a cui nessuno
su due piedi saprebbe associare
un personaggio illustre un monumento
visto sui libri – posti in cui non si arriva
né si sosta mai senza uno scopo
e dove forse (forse) si potrebbe –
in un mattino anonimo di un giorno
qualunque – scendere dal treno e senza
conoscere nessuno senza farsi
riconoscere – dire: sono a casa.

 

 

Intervista a Sergio Pasquandrea:

Tutto “Lunario” penso possa essere contenuto nell’atto della percezione. Del mondo, di se stessi, degli altri. È un continuo laboratorio dove i sensi sono al lavoro. A loro è affidato il compito di riconoscere l’esistente e di riproporlo, in maniera ancor più dettagliata, all’autore, a Sergio Pasquandrea. È (anche) così?
È così, ma direi di più: questo della percezione è proprio il fil rouge che tiene insieme un po’ tutti i libri di poesia che ho pubblicato finora. Sono convinto, con Rilke, che “i versi sono esperienze” e che il compito del poeta sia soprattutto quello di percepire – e far percepire al lettore – il mondo in maniera nuova e inedita.
Scrivere, per me, è soprattutto un lavoro di attenzione. In questo libro, in particolare, ho cercato il più possibile di farmi da parte, di diventare un “me che accade/ nel mezzo delle cose”, come scrivo nella poesia d’apertura, “Mono no aware”. È un testo che ho messo come incipit perché vuol essere, se non un manifesto, almeno una chiave di lettura per ciò che segue.
Il sogno sarebbe tramutarsi in un puro apparato percettivo, nel quale l’io, con le sue interferenze e il suo rumore, disturbi il meno possibile.

Ogni presenza umana sembra aver bisogno di una cornice dentro la quale trovare la propria esistenza. C’è un riconoscimento continuo di legami. Con la natura, con i luoghi, con gli altri. Solo in questo modo si esiste?
Quando pubblicai il mio libro precedente, “Sono un deserto” (Lietocolle, 2019), il critico e poeta Davide Castiglione me ne fece una recensione molto acuta e – cosa di cui gli sono grato – ricca anche di notazioni su quelli che secondo lui erano i punti deboli.
Una delle obiezioni era che il libro fosse eccessivamente autoriferito, quasi autistico, privo di riferimenti esterni all’io poetante. “Lunario” vuol essere, in parte, una risposta a quella critica.
Dico “in parte” perché in realtà i testi di questa silloge sono più o meno coevi a quelli della precedente, risalendo in maggioranza al 2015-2018 circa: anzi, molte delle poesie di “Lunario” le avevo selezionate in origine per “Sono un deserto”, ma poi le ho scartate perché mi sembravano stonassero con l’atmosfera di quel libro, che è piuttosto cupa.
Qui, invece, ho voluto aprirmi, tentare una strada più ariosa e, in qualche modo, leggera (nel senso del provenzale trobar leu). È per questo “Lunario” è un libro ricco di luoghi, incontri, ritratti, insomma di relazioni: perché voleva essere una via d’uscita alla tragicità un po’ troppo macerata e compiaciuta del libro precedente.

Nella poesia dedicata a Mario Benedetti c’è scritto “dire le cose più aperte/ le radici vive dopo il silenzio”. È questa la prerogativa, il punto di partenza di “Lunario”?
Non so se sia il punto di partenza, comunque sì, credo che il silenzio sia essenziale per trovare la voce. Tornare all’essenziale, scavare fino a portare alla luce le radici.
Quella poesia è nata subito dopo la morte di Benedetti, nel 2020, e vuol essere una sorta di esercizio à la manière de. Anche se è un poeta che ho scoperto tardi e che forse non ho ancora assimilato e capito fino in fondo.

Una sezione del libro è interamente dedicata a Dublino. Cos’ha questa città di così speciale?
Oltre all’ovvia bellezza della città, l’unico aspetto “speciale” è che vi ho trascorso un paio di bellissime settimane nel 2018, durante uno scambio Erasmus organizzato dalla scuola in cui insegno.
L’osservazione dei luoghi è un altro dei leit-motif nei libri che ho scritto. Anche in questo caso, la scommessa era quella di “guardare e basta”, come recita una delle poesie: pormi davanti alla realtà evitando il più possibile la mediazione dell’io giudicante e raziocinante. Trasformarmi in qualcosa di simile a una telecamera, come fece Wim Wenders in certe sequenze di “Lisbon Story“.
Le poesie sono state scritte più o meno in presa diretta e ognuna porta l’indicazione del luogo preciso a cui fa riferimento. Luoghi, vorrei sottolineare, perlopiù nascosti, periferici, lontani dagli itinerari più stereotipati e turistici: perché sono convinto che la realtà si colga meglio se si sposta lo sguardo ai margini, sui dettagli all’apparenza più insignificanti.

E in “Cronache” invece è protagonista il quotidiano della nostra società. È il bisogno, il desiderio, di dare ancor di più un peso specifico a tutto il libro? Il riconoscere la forza di gravità che fa tenere alla poesia i piedi per terra?
Tenere i piedi per terra” mi sembra un’ottima definizione per “Lunario”. Non a caso, una delle poesie porta come epigrafe una frase di Philip Larkin: “Poetry is an affair of sanity, of seeing things as they are”. Io esordii nel 2014 con un libro, “Approssimazioni” (Pietre Vive Editore), che era molto, troppo astratto, tutto mentale, scritto con uno stile denso ed ellittico, nel quale oggi fatico a riconoscermi.
Il mio percorso successivo è stato quello di (ri)avvicinarmi alla realtà, provando a scommettere invece sul sermo cotidianus, sullo scarto minimo. Del resto, il senso del titolo “Lunario” è proprio l’evocazione di quei calendari che le nostre nonne tenevano in casa, quelli in cui c’era il santo del giorno accanto a una citazione celebre, a qualche consiglio di economia domestica o di giardinaggio, alle fasi della luna… Quei lunari che Leopardi evoca nel “Dialogo di un venditore di almanacchi”, nei quali si cerca una verità provvisoria, pur consapevoli che si tratta forse di bugie, fole, invenzioni. Ma sono i piccoli uncini che ci tengono agganciati alla vita.

Lei scrive di jazz. Quale la vicinanza o, addirittura, la reciproca appartenenza che questa espressione musicale ha con la poesia?
È una domanda che mi fanno spesso e devo confessare di non essere ancora riuscito a trovare una risposta convincente. Ad esempio, non ho mai scritto poesie che parlino esplicitamente di jazz; e non so nemmeno io il perché.
Forse perché gran parte della jazz poetry non mi convince, mi pare un tentativo ancillare, velleitario. Se proprio devo cercare qualche somiglianza tra il jazz e la poesia, la individuerei in fattori subliminali: un certo senso del ritmo, il modo di aprire e chiudere i testi, la sensibilità per la struttura che vorrebbe trasformarsi in storytelling… ma capisco che sono osservazioni generiche, forse nemmeno molto sensate, comunque difficili da definire anche per me stesso.

Le poesie della sezione “Terra di nessuno” si muovono in varie direzioni, respirano differenti atmosfere. Cos’è che le tiene assieme?
Un’altra osservazione di Davide Castiglione, nella recensione di cui parlavo sopra, è che i miei libri precedenti erano sin troppo costruiti, strutturati, calcolati. Qui ho cercato di dare un’impressione di casualità: che poi casualità non è, perché in tutto il libro ci sono motivi che tornano, echi, riprese. Però mi piacerebbe che fosse il lettore, se vuole, a coglierli, senza doverglieli spiattellare sul muso.
“Terra di nessuno” è un non-luogo, una pausa, forse una lacuna, uno spazio vuoto. E magari è proprio quello il posto – laterale e dimesso – in cui può abitare la poesia.

 

L’autore:
Sergio Pasquandrea è nato a San Severo (FG) nel 1975. Dai primi anni Novanta vive a Perugia, dove insegna Lettere in un liceo. Nel 2007 ha conseguito un dottorato in Linguistica presso l’Università di Pisa; dal 2007 al 2015 ha lavorato come ricercatore universitario nel campo della Sociolinguistica.
Ha pubblicato due plaquette e cinque sillogi di poesia. Fra i titoli più recenti: “Un posto per la buona stagione” (Qudu 2016), “Approssimazioni e convergenze” (Pietre Vive 2017), “Sono un deserto” (Lietocolle 2019).
Nel 2022 è uscito, per Gattogrigio Editore, il quaderno di traduzioni poetiche “L’officina metrica”.
La plaquette “Topografia della solitudine. Diario newyorkese” (Pietre Vive 2018) è disponibile anche come audiolibro, con la voce di David Riondino e le musiche di Michele Marzulli.
Collabora come giornalista e critico musicale con il bimestrale “Jazzit” e con il blog letterario “Carte Sensibili“.
Nel 2014 ha pubblicato il volume di racconti “Volevo essere Bill Evans” (Fara) e nel 2015 il saggio “Breve storia del pianoforte jazz. Un racconto in bianco e in nero” (Arcana).
Di prossima uscita, per EDT, il saggio “Brad Mehldau. Ritratto di un pianista eclettico”, scritto in collaborazione con il pianista jazz Carlo Morena.

(Sergio Pasquandrea “Lunario” pp. 85, 16 euro, Arcipelago Itaca 2023)

 

 

 

 

Immagini       —————————

Per lei infilavo 12 aghi

parte A

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Ti racconto. Biagio Marin e Pier Paolo Pasolini – uno di due        ———————–

Biagio Marin, “I chiaroscuri di un affetto vero” Lettere a Pier Paolo Pasolini 1952 – 1969

A cura di Pericle Camuffo

di Giovanni Fierro

All’inizio del 1951 Marin riesce a farsi pubblicare “I Canti de l’Isola” dall’editore Del Bianco di Udine, volume che contiene le sillogi già edite ed una consistente sezione di inediti. Il libro, però, non suscita l’interesse critico che Marin aveva sperato e, pur avendone spedite parecchie copie in visione a critici, letterari e poeti per riceverne una recensione o almeno una segnalazione, si vede restituire, nella quasi totalità dei casi, solo risposte di cortesia e ringraziamento”.
Con questa intonazione Pericle Camuffo, introduce il volume “I chiaroscuri di un affetto vero”, la raccolta di lettere che il poeta gradese Biagio Marin ha scritto ed indirizzato a Pier Paolo Pasolini, tra il 1952 e il 1969.
E a questa constatazione, amara e precisa, Camuffo fa seguire un appunto che Marin affida al proprio diario, il 7 settembre dello stesso anno: “Nel “Popolo di Roma” del 30 agosto, in un articolo di Pier Paolo Pasolini, che io conosco solo per sentito dire, quale critico letterario, si parla dei miei versi. È la prima volta che mi sento veramente visto e giudicato e inchiodato dentro precisi limiti. E la cosa mi ha fatto impressione. Finora si era detto: molte poesie e poca poesia. Questa volta si dice chiaro quali sono i limiti della mia poesia. E a me pare, che Pasolini abbia molta ragione, e che mi abbia fatto il regalo di una definizione, o se volete, di un’intuizione risolutiva per capire non solo la mia poesia, ma il grande segreto della mia vita. […]. Bellissima dunque la definizione dell’atmosfera della mia poesia e della mia anima immerse nel “non tempo del mare”. Giusta l’immagine che definisce “isola” il mio mondo poetico“.
Con queste scritture prende vita il carteggio che avvicina i due poeti, distanti nella geografia ma vicini nella fiducia che si deve allo scrivere poesia, quando diventa la vita stessa.
In questo volume, le lettere che Marin indirizza a Pasolini sono la testimonianza di un rapporto sincero, a volte rude ed altre più morbido, che il poeta dell’isola del sole vive di petto, con assoluta partecipazione e necessario bisogno d’ascolto, per trovare anche quella legittimazione letteraria che insegue e brama.
Per questa “intuizione risolutiva” – continua Pericle Camuffo, nell’introduzione al libro – Marin non smetterà di ringraziare Pasolini, di confermare l’importanza del ruolo svolto nel suo percorso di poeta e di uomo, di pagare, senza tirarsi mai indietro, il debito di riconoscenza nei confronti dell’intellettuale friulano alla cui memoria dedicherà una delle proprie sillogi più intense e significative.
Per Marin, insomma, Pasolini è stato, come indica Elvio Guagnini, “oltre che uno scrittore ammirato – un maestro, un punto di riferimento, un consigliere anche come lettore”, era convinto che a lui “si dovesse la comprensione più profonda della sua poesia”.
E di certo, con Pasolini, per Marin si apre anche un mondo inaspettato, come sottolinea Camuffo: “Nella casa romana di Pasolini conoscerà e poi frequenterà importanti intellettuali e scrittori italiani – Falqui, Caproni e Gadda – e raggiungerà, con il suo intervento, editori che gli assicureranno una diffusione nazionale, su tutti, Vanni Scheiwiller che dopo la pubblicazione dell’antologia “Solitàe” nel 1961, curata proprio da Pasolini, diventerà il suo editore di riferimento”.
Di certo, nei diciotto anni del loro scriversi lettere non mancano i momenti di sconforto per Marin. Lui così bisognoso di continua attenzione e confronto, e Pasolini invece sempre più assorbito dalla sua nuova vita romana, e dagli impegni che lo prendono sempre di più.
Come risulta dalla lettera che il 18 marzo 1955 Pasolini scrive all’autore de “La vita xe fiama”: “E quanto al gravame del mio lavoro … credimi è fatale e giustificato. Io non ho radici, di tipo pratico e finanziario, su questa terra: fino a ieri insegnavo, come sai, scannandomi, per 25.000 lire al mese. Ora c’è un editore che vuole il mio romanzo e mi paga, e mi assicura traduzioni all’estero, c’è un produttore che mi fa fare delle sceneggiature, la Rai e altre riviste che mi chiedono articoli: e io non posso e non devo rifiutare niente, perché niente è ancora sicuro, tutte le strade sono aperte intorno, ma nessuna è l’unica. È un momento difficile, drammatico e bello, per me: se lo supero, sono salvo […]”.
Così il narrare di “I chiaroscuri di un affetto vero” è il documentare di quanto Biagio Marin si sia permesso di entrare nel vissuto di Pasolini; e tramite queste lettere ci si addentra in una dimensione che trova sia lo svelamento dei pensieri, a volte critici e a volte complici, sia le varie necessarie prese di posizione, che vanno a tratteggiare le loro rispettive diversità nell’interpretazione della stessa società, le loro personali prese di posizione.
Come quando, è il 17 gennaio 1977, Biagio Marin annota sul suo diario: “Pasolini si proclama con enfasi “marxista”; io marxista non sono, per istintiva antipatia a certi miti marxisti e anche per una mia strana incapacità di accogliere quella sua dottrina, anche quando riesco qua e là a capirla.
Ciò che nel marxismo mi ripugna è l’idea di una cultura proletaria, è la negazione di ogni dignità alla tradizione culturale europea; è il mito astratto della borghesia, centro di perversione. Sono marxista solo in questo: che il reddito del lavoro della collettività operaia debba essere più giustamente distribuito, e che una grande impresa dovrebbe essere gestita sempre a favore della collettività”.
Si muove in varie direzioni questo carteggio firmato da Marin, e questo è un bene, perché mette in scena non solo il suo rapporto con una figura importante come Pasolini, ma perché porta in queste pagine di “I chiaroscuri di un affetto vero” l’accadere della nostra società, nelle sue radici più o meno nascoste, più o meno condivise.
Leggere queste lettere è l’occasione per mettere a fuoco due personalità importanti, mai accondiscendenti ma ognuna a modo proprio imprescindibile, per leggere con maggiore chiarezza il nostro presente divenuto il loro possibile e impossibile futuro.

 

Dal libro:

Trieste, 3 giugno 1953

Gentilissimo e caro Pasolini,
come sempre, Lei è con me molto cortese. Grazie. Non conosco nessuno fra i critici di nome, che conosca i miei versi, e che potrebbe avere voglia di leggerli. Avevo sperato che Montale che me lo aveva promesso, volesse scrivere lui; tanto più che mi conosce da molti anni, e una volta, credo che fosse nel ‘27, ha parlato brevemente di me in Fiera Letteraria, se ben ricordo. A quei tempi non davo peso a queste cose ed era Giani Stuparich che se ne incaricava. Quindi io non saprei farle nessun nome.
Quanto alla preparazione del volume la farò con cura e senza fretta. Mi permetto però di chiederLe un favore: vorrebbe Lei dare una scorsa al materiale, così come è ora? Un Suo richiamo, un Suo cenno, un Suo parere, penso che mi possano essere di grande aiuto. E speriamo che il volumetto riesca secondo i Suoi desideri.
Quando è che Lei conta di venire in su?
Avrò molto caro di conoscerla. Mi dica se posso mandarle il materiale del mio futuro volumetto. Si tratta di un centinaio di componimenti.
La saluta cordialmente

Biagio Marin

*

Trieste, 3 agosto 1953

Egregio Pasolini,
da circa 15 giorni attendo una Sua risposta che non viene? Che cosa è successo? È assente da Roma? Le sarò grato se vorrà rispondere, con cortese sollecitudine alla mia ultima con la quale le chiedevo il preventivo di spesa per la stampa di un volumetto di 80 pagine, in 500 copie, – dalle dimensioni 21 e ½ x 13 e ½, su carta come quella del “Belli”.
In attesa, cordialmente La saluta

Biagio Marin

*

[Trieste], 16 ottobre 1954

Caro Pier Paolo,
scrivendomi ti sei dimenticato di dirmi a che ora arrivi e da dove. Comunque sarà bene che tu arrivi in casa mia. Ci arrangeremo alla meglio pur di stare in famiglia.
A Meni – il tuo Nico – io voglio bene perché è un assai caro e nobile ragazzo. A Gorizia ti accompagnerà lui. Io, probabilmente dovrò andare a Grado. Intanto, in attesa, ti saluto.

Marin

*

10 gennaio 1963

Caro Pier Paolo,
non vorrei che tu pensassi che io possa averti dimenticato perché non ti ho scritto per augurarti il buon Natale o almeno il buon anno novello, come vuole la tradizione. Ti ho avuto invece tanto in mente; ma so che sei stordito dal lavoro e dai molti contatti. E io sono un marginale, ma con il mio modo di sentire, che tu del resto conosci. Non hai bisogno degli auguri di nessuno; forse, così almeno io spero, non ti è indifferente che ti si voglia bene, che ti si stimi. Quando penso che fin dal primo momento mi hai visto e riconosciuto, che mi hai dato un posto nel tuo ordine umano, sempre mi commuovo, sempre ancora mi meraviglio. E sempre si rinnova il bisogno di dirtelo e di dirti grazie. È stata una fortuna per me l’averti incontrato, proprio per quella tua comprensione, al di qua del bene che poi mi hai fatto, scrivendo della mia poesia e, infine, mettendomi nelle mani del caro Scheiwiller.
Ho gioia di averti incontrato in questo mondo. T’ho conosciuto uomo di terza dimensione, e, nel contempo fine, delicato. Devo sempre pensare a tua madre, quando ti ricordo, e al tuo delicato affetto per lei.
L’economia della tua vita è profondamente diversa della mia, e, a momenti ho sofferto per te; ma nulla ha potuto togliermi o velarmi l’immagine che mi son fatta di te, quale risultato del mio diretto rapporto con te.
Sono qua, intento a preparare la antologia dei miei versi per Mondadori. Naturalmente, ti ho sempre presente. Sarà più nutrita della tua; ma spero di conservare anche a questa un tono alto.
Ti prego di presentare i miei saluti più affettuosi a tua madre; Le auguro di poter godere per lungo tempo il suo figliolo.
A te un abbraccio e tanti saluti

da Biagio Marin

 

Il curatore:
Pericle Camuffo è nato a Grado (Gorizia) nel 1967. Si è laureato in Lettere all’Università di Trieste, con una tesi sul rapporto tra filosofia e la poesia in Biagio Marin.
Ha pubblicato per le edizioni della Laguna il romanzo “Figli delle stelle“, avventura on the road di un gruppo d’amici sulle infinite strade dell’Australia, e per La Bottega del Caffè Letterario di Roma “Cose dell’altro mondo“, libro che racconta un viaggio in Nuova Zelanda.
Per Stampa Alternativa ha pubblicato i libri “Walkabout. Ventimila chilometri sulle strade dell’Australia“, nel 2004, e “United business of Benetton: sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia”.
Con Nicoletta Buttignon ha curato e tradotto in italiano l’antologia di poesia aborigena “Inside Black Australia” (Qudu libri 2014).
Recentemente ha pubblicato con Stampa Alternativa i volumi “Alla fine del mondo, la vera storia dei Benetton in Patagonia”, assieme a Monica Zornetta, e “Viaggio senza comitiva. Patagonia e Nuova Zelanda”.
Il suo libro più recente è la raccolta di racconti “Compro oro. Pago in contanti”, Qudu 2020.

(Biagio Marin “I chiaroscuri di un affetto vero. Lettere a Pier Paolo Pasolini 1952 – 1969” a cura di Pericle Camuffo pp. 187, 20 euro, PM edizioni 2022)

 

Nel prossimo numero di Fare Voci Pericle Camuffo ci parlerà di “El critoleo del corpo fracassao. Litànie a la memoria de Pier Paolo Pasolini“, la raccolta di testi di Biagio Marin dedicata alla morte di Pasolini, nella nuova traduzione di Ivan Crico.

 

 

 

 

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Per lei infilavo 12 aghi

parte B

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Margini. Di poesia ed altro        ——————————

Più delle cose, amo le quasi cose

Alida Airaghi, “Consacrazione dell’istante”

di Roberto Lamantea

C’è attesa, nella lirica di Alida Airaghi: è ascolto del tempo, è la percezione dell’eternità nell’attimo, la melodia della singola nota, il canto della pioggia, il vuoto pieno del suo futuro: “Il momento prevale. L’evento./ L’adesso, il qui./ Presente-riassunto del prima, del poi/ (degli altri, di noi)./ E non te ne andare,/ minuto-secondo-istante/ del tutto: sii punto”. È il “silenzio paziente” della montagna, la roccia “che dura il suo sempre”.
Nel nuovo libro di Alida Airaghi, “Consacrazione dell’istante” (AnimaMundi), il tempo, la vita, è come le nuvole che nel cielo disegnano forme che scompaiono, fili bianchi scomposti dal vento; è come la musica, dove una singola nota è un universo – nel libro sono citati Debussy, Mendelssohn-Bartholdy, Scarlatti, Palestrina.
Vladimir Jankélévitch suggerisce che la musica di Debussy comunichi “il mistero dell’istante””, scrive Dino Villatico nella postfazione. “Il suono è un fenomeno che dura il tempo della vibrazione che lo fa udire, prima, e dopo. Di quell’istante, non c’è. La musica è dunque evocazione dell’istante, memoria dello scomparire”.
È questa fragilità, questo soffio a intonare tutto il libro di Alida Airaghi. I versi come le note, come le nuvole. Alle nuvole è dedicata una sezione del libro, le altre sono “Consacrazione dell’istante”, che dà il titolo alla raccolta, “Mesi”, una lirica per ogni mese dell’anno con i suoi colori e temperature, “L’ora ferma”, “Le nuvole” appunto, “Nominare gli dèi” dove, hölderlinianamente, gli dèi hanno lasciato la terra, “Symbolum”.
Un trattato di poesia indiano, del IX secolo, il “Dhvanyaloka”, sostiene che la poesia non è ciò che si dice, che sta scritto, che si legge, ma ciò che sta sotto, dietro, intorno la parola”, scrive Villatico. “Il trattatista indiano questa forma di sottotesto la chiama “dhvana”, “aroma”, “profumo”. La poesia, con il suono, la musica delle sue parole, emana un’aura, un profumo, in cui consiste il suo vero senso, in cui il significato letterale è solo la superficie” (il tedesco Duft?).
Le nuvole, la sabbia, sono l’eternità dell’attimo di cui parlava Eliot nei “Quattro quartetti”. Ma le nuvole sono anche veleno: sono le “nubi grigie velenose” emesse dai camini industriali, negli ingorghi sui viali cittadini, dagli aerei sfreccianti; “o napalm, o fertilizzanti,/ o centrali nucleari./ Nuvole micidiali/ di morte e sterminio,/ asfissia, gas nervini,/ diossina,/ e pelle che brucia/ dei bambini”.
La poeta grida “via, via!” con l’eco evangelica della cacciata dei mercanti dal tempio, dove il tempio è la vita, la natura. Ma c’è anche la solitudine, nel tempo che abitiamo e che ci abita. Come quella di un bambino all’uscita da scuola, mentre gli altri bambini pascolianamente corrono “con voglia di gridare” verso chi li attende, lui s’accuccia per allacciarsi una scarpa, guarda “i grandi in attesa/ cercando qualcuno”, finge indifferenza, getta un’ultima occhiata attorno. Nessuno lo aspetta, il “bimbo negletto”.
Così questo libro di cristallo è anche un libro “politico”. È un libro che canta e grida, perché chi sa vedere e ama la bellezza di un attimo, la luce della natura, non può che urlare contro chi quella bellezza ogni giorno offende o, peggio, deride. “No, non quello che abbiamo/ è importante. Quello che aspettiamo,/ invece, ci aiuta”.

 

Dal libro:

Prova a pesare un pugno di sabbia,
e poi mezzo pugno, così leggero.
Tieni tra le dita solo qualche granello,
e il resto lascialo scorrere, mia mano clessidra.
Non lo fermi, il tempo, e quello che è successo
non puoi fare che non sia accaduto;
ma misura l’istante, la sua sfida
all’eterno. Il solo granello rimasto
fermo tra pelle e unghia:
l’adesso che dura e non si è perduto.

*

O, lo so, che ci aggrappiamo tutti
a quello che abbiamo.
La casa, nostra. Il letto, la poltrona.
Una borsa. Ma anche
il modo di prendere il caffè
la mattina, con tre biscotti.
E fuori, guardare sempre lo stesso vaso
di salvia, lo stesso pezzetto
di cielo. Il gatto che si liscia il pelo,
il vecchio cd del liceo.
Ripetere i gesti, i saluti:
e paura di perderli.
No, non quello che abbiamo
è importante. Quello che aspettiamo,
invece, ci aiuta.

*

Più delle cose
amo le quasi cose,
le quasi verità:
quello che non è mai
troppo sicuro di sé
e non si impone.
Affetto e non passione,
le stagioni a metà.
E la carezza, la gentilezza;
camminare, e non correre;
Scarlatti, Palestrina.
Ogni voce bambina.

*

La poesia si offre,
come un regalo immeritato:
e certo, inaspettato.
Non ha pretese, non chiede,
non esige.
La vuoi leggere? È lì,
su un libro spalancato.
La vuoi ascoltare?
Ha tante voci, puoi scegliere:
sono indifese e docili;
si accontentano
di una fede esile,
attenta.

 

L’autrice:
Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953 e vive a Garda. Dopo la laurea in Lettere classiche a Milano, è vissuta e ha insegnato a Zurigo per il Ministero degli Esteri dal 1978 al 1992. Collabora con diverse riviste, quotidiani e blog.
Tra le sue più recenti pubblicazioni di poesia: “Frontiere del tempo” (Manni 2006), “Il silenzio e le voci” (Nomos 2011), “Nuovi poeti italiani 6” (Einaudi 2012), “Elegie del risveglio” (Sigismundus 2016), “Omaggi” (Einaudi 2017), “L’attesa” (Marco Saya 2018), “Rime e varianti per i miei musicanti” (Marco Saya 2020).
Da Lietocolle sono uscite le plaquette “Il lago” (1996), “Sul pontile, nell’acqua” (1997), “Litania periferica” (1998), “Le mura di Verona” (1998).
In prosa ha pubblicato: “Appuntamento con una mosca” (Stamperia dell’Arancio 1991), “Fine dicembre” (Le Onde 2010), “Qualcosa del genere” (Italic Pequod 2018), “In cornice” (Ensemble 2019), “Se domani ti arrivano dei fiori” (Giovane Holden 2021).

(Alida Airaghi “Consacrazione dell’istante” pp. 124, 12 euro, AnimaMundi 2022)

 

 

 

 

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Mocambo

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Tempo presente       —————————–

Digital life

Quattro testi inediti

di Roberto Lamantea

Se attendi il grido della ragione
in questa turba di proclami,
se così, dici, ami
annidarti nella tua magione
stanco di sentire ogni giorno
notizie lanciate come video porno
su schermi tv o del telefonino;
non ne puoi più di dati, precetti e tabelle,
lotte tra primimaschi e gabelle,
grafici a colori e duelli da vicino,
e cerchi una casa nel bosco senza tv,
antenne e ancelle della modernità,
senza giornalisti in tutù
a parlare di avvenire e liquidità,
decidi tra scegliere di morire
(ma non è più di moda, dài, su)
o vivere un po’ alla Montale,
un poco per volta, e scoprire
che alla fine
non è poi così male.

*

Digital Life

Una volta si viveva
senza password, senza
digitare cifre e lettere
alfabeti grafemi stilemi.
Le domande le facevi
a una persona, non a uno schermo.
Ed era di carta il silenzio,
la voglia di sapere
la vita di quel re poeta
o i colori delle farfalle.
C’erano come oggi
i doveri delle leggi
ma non regole da seguire
ogni minuto
un imbuto tra App e Pec
e il codice fiscale inesatto
e la password non corretta
e WatsApp Messenger Play
Smart Instagram dèi
del presente che è già avvenire
del passato che diventa errore.
Non sarà ambra un giorno
la carta di una lettera
a cui hai confidato
un amore nascosto.
Né avrà
i colori d’autunno
il bianco e nero
di una vecchia foto.
Facevi la coda, andavi allo sportello,
«una firma qui», bastava quello.
E al bar un caffè
ti faceva re.

*

Oggi ho visto
un piccione piallato
dalla ruota di un’auto
come da un rullo
schiacciasassi.
Sembrava dipinto,
acquarello o tempera
sulla tela d’asfalto.
Altre auto
lo stireranno,
sarà solo una traccia
grigia nera e bianca
e nient’altro.
Del becco non si vede
neanche il disegno.
Non ha avuto
il tempo di fuggire,
la fame e il freddo
hanno svuotato
le sue ali.
Sarà anche lui
nettezza urbana,
paghiamo le tasse
perché una vita
tra milioni di vite
non sia un ricordo.

*

A Emily

Mi dicono
che sei di razza calico
nome strano per un gatto.
Hai il pelo morbido
a tre colori:
nero, arancio e bianco.
Ti hanno buttato via,
eri in più, non si capisce
in più di che cosa.
Per un anno sei stata
sola tra altri gatti.
Poi è arrivato un uomo solo
che cercava l’amore
e ha scelto te
che cercavi l’amore.
Gli altri gatti mi hanno
guardato con occhi distratti,
abituati ad essere
abbandonati ogni giorno.
Da due anni l’amore
ha i tuoi colori,
bianco, arancio e nero,
la casa un sentiero
tra le stanze
per vedere dove sei.
Siamo io e te
e non sappiamo
per quanto tempo ancora.
Mi basta il tuo respiro
quando dormi arresa.
Per ora è così,
una felicità sospesa.
Lo è tutta la vita,
un’attesa.
Forse è vero
che l’infinito è in un attimo
e il tempo un’illusione.
Io e te siamo forse
una canzone.

30.1.2023

Nota dell’autore:
Sono quattro testi scritti tra il 2022 e l’inizio di quest’anno, diversi stilisticamente dagli altri pubblicati finora in libro, rivista o blog: più discorsivi, con rime giocate, un po’ nel segno tracciato dal Montale di “Satura”. “Digital Life” nasce dalla mia avversione per la tecnologia che, specie nella pubblica amministrazione, ha in gran parte sostituito il contatto tra persone nel segno di un’asettica alienazione; Emily, a cui è dedicato l’ultimo testo, è la mia gatta.

 

L’autore:
Roberto Lamantea è nato a Padova nel 1955. Padre pugliese, madre friulana con radici in Austria, ha trascorso infanzia e adolescenza tra Gorizia, Udine, Imperia e il Lago Maggiore.
Vive a Mirano (Venezia). Collaboratore della rubrica “Libri” del quotidiano Il Gazzettino dal 1973 al 1980, dal 1988 al 2020 è stato redattore del quotidiano “la Nuova di Venezia e Mestre”.
Ha pubblicato “Eucaliptus” (Rebellato 1975), “Ibis azzurro” (fuori commercio 1979), “Xilofonie” (fuori commercio 1994), “Nel vetro del cielo” (Amos 2006), “Verde notte” (Amos 2009), “Delle vocali l’azzurrità” (Manni 2013), il racconto in prosa lirica “Il bambino di seta” (Amos 2020), “Uno strappo bianco” (Interno Libri 2021), oltre a saggi, poesie e racconti su riviste web e in diverse antologie.

 

 

 

 

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Unico rumore il ronzio delle api

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Voce d’autore        —————————–

Aware of the Soul is the skin that I wear

Quattro testi

di Emma Gustafson

Skin

Aware of the Soul is the skin that I wear;
For how would thoughts be complete without
Skin and how would Skin be bloodstained and real without
A single thought to shed its bones?
Orchestrating demise when the Mind’s so susceptible to Fear-
Oh, would that I could say life is this life is that;
What a courageous thing would I be –
Not deterred by flames or waters deep –
But led and led again by a memory that works,
That not to a single breath or to a single Fortune clings,
But to the Fortune which all contains –
All the creatures, all the forms, all the fateful conjunctions –
Quiet is the time, now – not a feather falls.
The Dead are weary and thoughtless and thin;
Alive but for a moment is this changing love of mine.

Pelle

Consapevole dell’Anima è la pelle che indosso;
perché come potrebbero i pensieri essere completi senza
la pelle e come potrebbe la pelle essere macchiata di sangue e reale senza
un singolo pensiero che ne sparga le ossa?
Orchestrando la morte quando la Mente è così suscettibile alla Paura –
oh, se potessi dire che la vita è questa, la vita è quella,
che cosa coraggiosa sarei;
non abbattuta dalle fiamme o dalle acque profonde,
ma guidata e guidata ancora da una memoria che funziona,
che non si aggrappa ad un singolo respiro o ad una singola Fortuna,
ma alla Fortuna che tutto contiene –
tutte le creature, tutte le forme, tutte le congiunzioni fatali.
Tranquillo è il tempo, ora – non una piuma cade.
I Morti sono stanchi e senza pensieri e magri;
vivo solo per un momento è questo mio amore mutevole.

*

December day

December day, cast me not away from your sphere,
But bless the bread that is given in the cold
And rest my hands in the winter sun.
Where would I go if I did not have you? –
The shelter that harvests fruits in abundance
And the nest of clay and sand that brings me
To the touch of Love that I so need
In the fragile time of prophecies.
Rest and be glad, for blankets of snow
Have covered your burning sores
And peaceful clothings have kept you
From the fall when the hollow, hollow
Winds were wild and the time it did cry.

Giorno di dicembre

Giorno di dicembre, non respingermi dalla tua sfera,
ma benedici il pane che è donato nel freddo
e permetti alle mie mani di riposare nel sole invernale.
Dove andrei se non avessi te?
Al rifugio che miete frutti in abbondanza
e il nido d’argilla e di sabbia che mi riporta
al tocco dell’Amore di cui ho così tanto bisogno
nel tempo fragile delle profezie.
Riposa e sii grato, poiché coperte di neve
hanno riparato le tue piaghe ardenti
e vesti pacifiche ti hanno protetto dalla caduta
quando i vuoti, vuoti venti erano folli e il tempo
piangeva.

*

Soulless night

Soulless night –
Where the soul is abundant
Like no soul ever was,
A veil of despair lies;
He is ready, albeit not prepared,
not yet, not now;
for has any one god or man
ever been equipped for that which
scares the body and frightens the hand,
which covers the earth in blood-filled
sweat, and dims the light and rips the flesh
of the cleverest moon?
Soulless night –
Soulless, for you will soon turn to dawn;
if soulful you were, no end to this hour
would you concede, but minutes to spend
protected and safe. Protect thus you would
the Protector of Man, if only you knew

Notte senz’anima

Notte senz’anima –
dove l’anima è abbondante
come mai anima è stata
un velo di disperazione giace;
È pronto, sebbene non sia preparato,
non ancora, non ora;
perché c’è mai stato un dio o un uomo
che sia stato ben equipaggiato per
ciò che spaventa il corpo ed impaurisce la mano,
che ricopre la terra con sudore denso di sangue
e oscura la luce e strappa la carne
della luna più in gamba?
Notte senz’anima –
Senz’anima perché tra poco tornerai ad essere alba;
se fossi ricolma di anima non concederesti una fine
a quest’ora, ma minuti da passare
protetta e al sicuro. Proteggeresti dunque
il Protettore dell’uomo, se tu solo sapessi.

*

What of the Future

What of the Future that holds promises unseen?
Lights of tomorrow flash in my mind while
I beckon him over, but receive him with caution;
I am blocked by his haunting, needy hands,
His lips red in pursuit of my years, my dreams, my time;
In a passionate impulse disguised as ambition
I can lay my soul at his feet and grab him with hands
That tremble in the reckless attempts to call him my own.
But is he really mine?
Ah, the mighty Future that calls me to fear:
He is the spring of my reason, but the fall of my feeling.
I am blocked, I am blocked and I am blocked, so
Let him decide: I am very much in need of a break forever,
For now, for a while.

Che ne è del futuro?

Che ne è del futuro che contiene promesse invisibili?
Le luci del domani lampeggiano nella mia mente mentre gli faccio cenno di avvicinarsi,
ma lo accolgo con cautela;
Sono bloccato dalle sue mani ossessionate e bisognose,
dalle sue labbra rosse che inseguono i miei anni, i miei sogni, il mio tempo;
In un impulso passionale travestito da ambizione
posso deporre la mia anima ai suoi piedi e afferrarlo con mani
che tremano nell’incosciente tentativo di chiamarlo mio.
Ma è davvero mio?
Ah, il potente Futuro che mi porta a temere:
Egli è la primavera della mia ragione, ma l’autunno del mio sentimento.
Sono bloccato, sono bloccato e sono bloccato, quindi lasciamo che sia lui
a decidere: ho proprio bisogno di una pausa per sempre,
Per ora, per un po’.

 

Emma Gustafson, un dire sapienzale

Una nota di lettura

di Massimiliano Bottazzo

Si deve dare credito alle sensazioni che si provano leggendo una poesia per la prima volta?
Per chi scrive la risposta è obbligata.
Di certo la conoscenza personale dell’autrice, l’averla ascoltata più volte in pubblico è motivo di conferma.
Che poesia è dunque la poesia di Emma Gustafson?
Posto che sia fondamentale stabilirne la natura.
È poesia del corpo, della voce in particolare, della fatica che l’esprimersi comporta e contemporaneamente dell’urgenza di dire.
Un dire sapienziale, magico, cerimoniale quasi, a dispetto della giovane età, che spesso nella performance si esprime attraverso un flusso di coscienza montante, dove le parole vengono letteralmente masticate e risputate.
Destituisci, tempo della mia specie, le ore che contano il giorno della mia morte“.
Ogni rappresentazione poetica che l’autrice fa dei propri versi eccede il senso che la parola esprime.
Questo è il pregio, meglio la particolarità del suo agire poetico e insieme il limite, perché non riproducibile.
Il sentimento che si prova assistendo ad una performance poetica di Emma Gustafson è proprio quello dell’unicità del suo dire.

 

L’autrice:
Emma Gustafson, per metà italiana e per metà americana, è autrice di canzoni e di poesie.
Da diversi anni porta la sua musica in giro per l’Italia e per l’Irlanda, dove ha vissuto e conseguito un Master in Letterature comparate al Trinity College di Dublino.
Nel 2019 ha pubblicato per l’etichetta indipendente RadiciMusic Records due dischi intitolati “Many an Hour” e “Tales & Tunes from Towns & Hills Reviewed”.
Nel 2015 è uscita una piccola raccolta autoprodotta di poesie intitolata “Freetime Poems”.
Le percezioni” è il suo primo libro di poesie in italiano, pubblicato per Eretica Edizioni nel 2022.

 

 

 

 

Immagini       —————————

Cambiamenti climatici

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

 

 

Ti racconto       ————————–

Un luogo di approdati per caso, le radici per aria

Federica Marzi “La mia casa altrove”

di Anna Piccioni

La storia raccontata da Federica Marzi è ambientata sul nostro territorio: Trieste, il Carso, la vicina Istria e si allarga fino alla Bosnia e alla lontana Australia: tutti luoghi legati alle genti e alle storie dei suoi abitanti.
In un punto di questo suo romanzo, “La mia casa altrove”, l’autrice descrive una konoba (osteria) lungo la strada nell’Istria croata: “Nel locale c’era di che sentirsi fuori dal mondo, eppure sembrava di poterlo osservare diversamente […] Tutti là dentro condividevano una forma di italianità sbilenca. Gente di confine, razze mescolate, vecchie e nuove migrazioni. Sostavano in un locale senza nome disperso nella campagna istriana. Un luogo di approdati per caso, arrivati spazzati via, con le radici per aria, oppure trapiantati. Ma anche quello era un posto. Anche quello era mondo”; che mi sembra rappresenti questa parte di nord-est.
Il romanzo inizia con un incidente stradale avvenuto a Isola/Izola (Slovenia) e l’infortunata Amila viene ricoverata all’ospedale è il 2005. Norina la proprietaria della Panda, quasi distrutta, è all’oscuro di tutto e viene contattata dalla Polizia. Poi la storia continua a ritroso presentando i personaggi principali dipanando un intreccio di vite e ricordi.
Norina Benci è una profuga istriana originaria di Buje (Croazia). Nel 1955 lei e la sua famiglia, la madre il padre e la sorella Nevia, dovettero scegliere se rimanere o andarsene. Scelsero la via dell’esilio. Vissero nel campo profughi di Padriciano. La sorella non sopportava la vita nel campo e così partì per l’Australia. I rapporti tra le due sorelle non furono mai buoni addirittura rancorosi e la lontananza li raffreddò ancora di più. Arrivata alla sua età, “Norina si chiese da quanto tempo avesse smesso di prendere decisioni sulle cose, su dove dovevano stare e quando si dovevano buttare. Cos’era mancanza di tempo, oppure ne aveva avuto troppo? I giorni i mesi gli anni le si erano sbriciolati addosso, senza fragore, in modo impercettibile, ma inarrestabile, e per questo ancora più impressionante”. Ma un giorno arrivò il nipote di Nevia: Simon …

Amila è una giovane bosniaca di vent’anni arrivata con la famiglia, papà Željko mamma Selma e la sorella minore Majda, dopo aver dovuto abbandonare il loro appartamento a Zvornik, allo scoppio della guerra. Quando Amila raccontava, in Italia, che era stata la famiglia di Nevena, ortodossa, sua compagna di giochi a Zvornik, a spingere la sua famiglia, islamica – bosniacca, a partire prima che arrivassero i tank, “confondeva ancora di più le idee a chi si era abituato a pensare solo alle divisioni nette e alle storie tragiche”.
La vita di Amila e di Norina s’intrecciano quando la giovane si offre per arrotondare ad aiutare la donna che non vuol lasciare da solo il marito Mariano durante le sue uscite nel bosco col cane attorno a casa sull’altipiano carsico.
Ambedue esuli, sradicate dalla loro terra di origine; ma ancora maggiormente sradicato Simon, nato in Australia, ma con origini istriane che con ostinazione vuol recuperare, sapere, conoscere le proprie radici, e scoprire il segreto di sua nonna Nevia:
– è come se volessi recuperare la parte istriana che c’è in te, no? – domandò Amila…-
-Perché tu vuoi recuperare quella bosniaca?-
-Che c’entra. Io ce l’ho assegnata d’ufficio. Sono nata altrove…
…Le storie sulle origini complicate non si potevano sempre capire, né raccontare sfilandole come bandoli di una matassa. Soprattutto se le origini non erano più terraferma, ma un luogo oscuro e pericolante che attirava coi suoi richiami talvolta inopportuni e molesti, talvolta vitali e necessari…
[…] la loro storia dai mobili confini…
Amila guarda avanti, non ha rimpianti della sua terra, ma ad un certo punto “Non era più questione di affermare un diritto di scelta, ma di scegliere. Non era volere, ma sapere. Sapere cosa stesse sempre nel mezzo. Le sembrava che ciò si potesse chiamare stranezza. O meglio, stranieritudine […] Un misto di stranieraggine e rettitudine…Quella era lei” .

 

Intervista a Federica Marzi:

Quando è nata la scrittrice Federica Marzi?
Ufficialmente è nata nel 2009 con la pubblicazione del racconto ‘Italiano per stranieri’ nell’antologia ‘Fiocco rosa’ edita da Fernandel. Sono seguiti racconti, premi, pubblicazioni in antologie e riviste. Contemporaneamente mi dedicavo alla scrittura saggistica, vivevo altrove, facevo ricerca in Germania e lì ho avuto modo di scoprire il panorama per allora innovativo dei Cultural Studies.
Una tappa centrale l’ha segnata, nel 2016, il Premio Lapis Histriae del Forum Tomizza di Umago. Per qualche tempo sono usciti miei racconti inediti tradotti in lingua croata e sono stata un’autrice in questa lingua. Un interessante caso in cui la traduzione si sostituisce all’originale come ‘facente funzioni’.
Nel frattempo frequentavo le fucine di scrittura di Lìbrati, Libreria delle donne di Padova. La decisione di passare al romanzo e a ‘La mia casa altrove’ è stata dunque un’evoluzione di tutto questo percorso, legato a delle tematiche e a uno stile narrativo che avevo già avuto modo di sperimentare in altre forme e in altre lingue, con, nel 2021, il fortunato e felice approdo a Bottega Errante Edizioni.

La breve biografia dice che è nata a Trieste, ma conosce molto bene il mondo degli esuli di ieri e di oggi. Quali sono le fonti a cui ha attinto?
Proprio perché sono nata a Trieste conosco bene il mondo degli esuli di ieri e di oggi. Questo per ragioni familiari – semplificando al massimo, mia madre è un’italiana di Isola d’Istria (oggi Slovenia) arrivata profuga a Trieste, mio padre era uno sloveno di Trieste – oltreché per ragioni biografiche – avevo vent’anni quando infiammava la guerra nell’ex Jugoslavia e in quel preciso momento storico il mio cammino si è intrecciato in modo intimo, stretto e indelebile ad alcune persone provenienti da quell’area.
Ho attinto perciò in modo naturale a un mondo che mi è familiare. E ho attinto a una certa memoria di famiglia, in particolare quella dei miei nonni istriani, una memoria molto frammentaria, piena di non detti e silenzi.
‘La mia casa altrove’ nasce anche dall’impulso di fare maggiore chiarezza su questa storia dal punto di vista di una seconda o terza generazione, alla quale appartengo proprio come Amila e Simon. Il fatto di aver visto, sentito, percepito ma di non sapere in fondo così tante cose mi ha inoltre spinta a consultare fonti di altro tipo: storiche, letterarie, memoriali, orali. Alla base del romanzo c’è un ampio lavoro di ricerca e di indagine storica.

Il personaggio di Amila mi sembra rappresenti i giovani che da qualsiasi luogo provengano, guardano avanti e non dimostrano rimpianti…
Grazie per questa intuizione, che corrisponde molto alla mia idea personale su questo personaggio. Amila rappresenta una forma di nuova italianità. Figlia di immigrati e immigrata lei stessa, è una ragazza che vive e sente come un’italiana pur non avendo la cittadinanza formale (una questione per lei, come per molti altri come lei, non di poco conto).
Incarna la naturale aspirazione a far parte di una comunità pur provenendo da un altro Paese e da un’altra lingua. Per Amila la lingua ‘originale’ è in ogni caso l’italiano di arrivo e non la madrelingua bosniaca, derubricata a ‘lingua di famiglia’ o ‘della preistoria’, lingua che per esempio non padroneggia nella scrittura essendosi scolarizzata in Italia.
Amila afferma in modo provocatorio il suo diritto di appartenenza a una nuova città, a una nuova lingua, a un nuovo Paese, il suo diritto a salire su un motorino e andare al mare e allo stesso tempo rivendica il suo diritto alla diversità.
E, pur essendo mossa da una forte spinta verso la ‘sua vita migliore’, come la chiama lei, e quindi verso il futuro, si trova, come tutti gli altri personaggi del romanzo, a fare i conti con il dilemma delle origini – il problema di non sapere come inquadrare il suo passato, il suo altro sé, lo sradicamento, la guerra, il trauma collettivo di una comunità dispersa.

Nel romanzo quanto c’è di vero o di verosimile?
È tutto vero ed è tutto fiction. Questo non è un romanzo autobiografico, pur avendo strettamente a che vedere con la mia biografia familiare, intima e intellettuale. Per parlare di me ho bisogno di divergenza e non di corrispondenza, utilizzando preferibilmente la terza e non la prima persona. Mi nascondo almeno dietro a tre personaggi, femminili e maschili, che a loro volta sono altre persone oltreché dei personaggi finzionali autonomi.
E avendo assunto come background due grandi e controversi capitoli della storia del secondo Novecento (l’esodo istriano e la diaspora bosniaca), è tutto ispirato a fatti realmente accaduti. Vero e mio, nel senso di coincidente con la mia persona, è il punto di vista autoriale e il suo modo di condurre il lettore fra le strade di Trieste, mostrandola come una città abitata da molte diversità, ma anche come una città di centri e periferie di cui ridiscuto in modo critico e problematico i confini e le gerarchie.

All’uscita del romanzo quali sono state le reazioni?
Direi molto buone. Ci sono state molte presentazioni, interviste, recensioni positive, favorevoli, lusinghiere. Il romanzo è stato capito e colto nelle sue varie questioni e intenti. Ne sono stati apprezzati lo stile, i linguaggi. C’è stata una menzione speciale al Premio Fiuggistoria 2021.
Due cose mi hanno resa felice in modo particolare. Intanto il fatto di essere arrivata a un pubblico che risiede al di qua e al di là del confine, con delle importanti tappe anche a Capodistria, Umago, Pola e Zagabria. Poi di aver incontrato tanti lettori e lettrici e di essermi sentita dire molte volte: “ma hai raccontato la storia di mia nonna, la storia di mia madre, della mia studentessa! Hai raccontato la mia storia”. Quest’ultima è in particolare la cosa più bella. Anche perché ha a che vedere con le molte ragioni per cui si scrive, fra le quali, per me, vi è anche quella di riuscire a raccontare o a testimoniare le storie degli altri.

 

L’autrice:
Federica Marzi, classe 1974, vive fra Trieste e Gorizia dove insegna lingue straniere nella Scuola secondaria di primo grado. Ha studiato e vissuto in Austria e Germania, occupandosi per un periodo di letteratura austriaca contemporanea, letteratura della migrazione e interculturalità.
Suoi racconti sono apparsi su antologia e rivista in Italia, Croazia e Bosnia. “La mia casa altrove” è il suo romanzo d’esordio, menzione speciale al Premio Fiuggistoria 2021.

(Federica Marzi “La mia casa altrove” pp. 336, 17 euro, Bottega Errante Edizioni 2021)

 

 

 

 

Immagini        —————————

Luglio di notte

Dieci dipinti

di Annabella Dugo

 

 

Intervista ad Annabella Dugo:

di Luigi Auriemma

Osservando le tue opere, ciò che salta subito all’occhio è la visione onirica della rappresentazione del mondo, di stampo fabulistica. L’aspetto fabulistico apparentemente chiaro e lineare, nasconde, invece, un tranello di senso e significato per chi osserva, ci parli di questo tuo metodo narrativo?
La visione onirica (se di essa si può parlare nelle mie opere) racchiude in sé la caratteristica dicotomica di abbellire e/o di imbruttire la percezione del mondo che vediamo.
Il sogno ci presenta due facce della stessa storia a seconda del nostro vissuto quotidiano o del nostro stato d’animo o addirittura dei nostri traumi passati. Di conseguenza, il film che si proietta nella nostra mente nella fase Rem del sonno può essere di carattere drammatico, presentandosi come incubo oppure sereno e tranquillo, presentandosi in maniera idilliaca, contemplativa.
Entrambi questi aspetti, così estremi, così contrastanti tra di loro, fanno in qualche modo parte della mia narrazione pittorica.
Ma, attenzione, come tu hai ben rilevato è una narrazione che nasconde una lettura più profonda e più incisiva di quanto possano farci intendere gli elementi compositivi dell’opera e non già per occultarla ma anzi, per esaltarla in quanto elemento di approfondimento critico.
A questo proposito mi piace ricordare che proprio questo argomento è stato oggetto trainante della mia ultima mostra personale che ho fatto al Palazzo delle Arti di Napoli dal titolo “Nulla è come appare”.

In che dimensione questo mondo fantastico deriva dal tuo mondo interiore e quanto da una visione del mondo?
Non so se il mio mondo fantastico sia più vicino ad Alice nel paese delle meraviglie o alla favola nera che racconta Kierkegaard nell’Avventura del giglio selvatico. D’altronde il mondo del fantastico mette a confronto, senza soluzione di continuità, due realtà diverse e inconciliabili tra loro: quella del reale e quella della nostra mente.
Quello che posso dire con certezza è che vedo con gli occhi della mente tante cose che mi attraversano. Fantasmi dell’inconscio; visioni del futuro; architetture gigantesche, sconosciute e fantastiche; deserti e pianure aride; colori abbaglianti; tanti popoli diversi; amore e passione.
Tutte visioni che solo in parte sono del mondo reale, ma che fanno parte del mio immaginario e che in sostanza si fondono per arrivare alla sintesi di una visione unica.

In opere come “Cambiamenti climatici”, “Acqua fuoco terra” o “Where we are going Daddy”, affronti temi di emergenza planetaria. Qual è il tuo impegno sia come artista che come intellettuale in questo controverso dibattito mondiale?
Nella mia gioventù ho vissuto gli anni del ’68, intrisi di problematiche che una società in piena ricerca d’identità andava proponendo, e non si pensi che fossero solo quelle più evidenti, cioè l’emancipazione femminile, il lavoro e la scuola, ma anche quelle che oggi si presentano in tutta la loro urgenza, come quella del clima, dell’immigrazione, della fame nel mondo.
Erano gli anni dell’azione, della determinazione, dello scontro tra generazioni e tra classi sociali. Sono stati anni che hanno segnato il mio ruolo nella società e nella famiglia e offerto un indirizzo comunicativo alla mia ricerca pittorica.
Quando poi non ho potuto più permettermi dinamiche fisicamente stressanti, il mio impegno si è riversato nell’azione educativa, sia didattica che familiare e in quella di denuncia, che si estrinseca nell’affrontare tematiche ambientali nelle mie opere.

Nelle tue opere utilizzi una tavolozza ricca di colori sgargianti, quasi come una esplosione di colori, è come quando in natura i colori vividi, visibili da molto lontano, servono per attirare partner o altre specie per contribuire alla sopravvivenza della specie. Nel tuo caso attirano e catturano l’osservatore in un vorticoso turbinio di sapienti pennellate per perpetuare il tuo messaggio?
Per rispondere a questa domanda devo premettere che i colori sono il nutrimento della mia anima.
Quando dipingo io sono “dentro” il colore, il che significa che già so qual è il mio posto sulla tela, non devo andare a cercarlo, e so anche qual è il mio posto tra gli altri colori. È un fatto di relatività, di comparazione e di gerarchia. E questo lo considero un dono bellissimo che ho ricevuto dalla vita.
Quello che appare come sgargiante nelle mie tele non è altro che il risultato tra contrasti cromatici, giustapposizioni di timbri, accostamenti di complementari, il tutto lavorato con pennellate decise e sfumature mirate.
La scelta del colore travalica il dato indicativo del soggetto, da significativo diventa significante. Di per sé un colore non ha un suo peso e qualità se non quando è a confronto con altro colore, è proprio da questo accostamento che esso può diventare remissivo o aggressivo, spento o luminoso, dinamico o statico.
Nel mio caso, come giustamente facevi notare, il colore si presenta con tutte le sue formulazioni, oggi si direbbe pattern, modulazioni pittoriche che spaziano dal dripping alle sciabolate “vorticose” dei pennelli.

I tuoi quadri si addensano di segni e stratificazioni di colori come sedimentazioni di tempo. Che rapporti hai con il tempo e la memoria?
Tempo fa una gallerista mi disse “i suoi quadri non sono replicabili”, una considerazione che deriva proprio dalla stratificazione dei colori sulla superficie della tela e che ha a che fare con la tecnica di esecuzione.
Il fatto è che i dipinti, secondo me, devono avere il loro vissuto per caricarsi di energia. Devono essere il frutto del pensiero dell’artista che si protrae fino allo sfinimento nella ricerca di un compromesso con la resa finale.
Il tempo è fondamentale in questo processo sedimentativo, perché agisce sulla mente, sulla percezione, sull’umore dell’artista e sui materiali, sugli impasti cui sono sottoposti i supporti sui quali si lavora.

Di sovente rappresenti l’angoscia dell’umanità, penso ad opere come “Mocambo”, “Mutazioni metamorfiche” e “Il respiro della piramide”. In opere di sapore espressionistico, dove ti schieri dalla parte dei più deboli e sofferenti e che mediante il tuo stile di narrazione onirico/fabulistica attui un capovolgimento di stato e riscatto sociale. Ciò capita anche nella tua vita reale?
Nella vita di tutti i giorni mi batto, come sempre ho fatto, per la giustizia sociale perché soffro a vedere il lusso estremo di fronte alla miseria estrema.
Sono sincera, oggi la cosa che mi dà più fastidio è il divario sociale. Divario che non è più dedotto, come una volta, da questione di casta, discendenza o eredità, bensì dalla negazione di diritti parietali e, sempre più spesso, frutto di privilegi, nepotismo, raccomandazioni e pratiche truffaldine.
Questa mia particolare sensibilità ai temi sociali parte da lontano ed ha ricoperto nella mia carriera un ruolo sempre rilevante. Basta guardare le opere degli anni ’70 e ’80 per accorgersi di quanto spazio e di quanta importanza davo alla sofferenza umana.
A questo proposito mi piace sottolineare come ho affrontato l’omosessualità negli anni in cui questo fenomeno era completamento oscurato dallo Stato e dalla Chiesa.

Progetti futuri?
Preparo una personale in Spagna per il mese di luglio. Non combatto per fare più cose, per inserirmi dappertutto, anzi, spesso rinuncio ad inviti per mostre che non aggiungono nulla alla mia esperienza né alla mia carriera.

 

L’artista:
Annabella Dugo è nata ed è vissuta per buona parte della sua vita nel centro storico di Napoli.
Gli anni giovanili la vedono impegnata nel lavoro e negli studi di taglio artistico. Inizia l’attività pittorica già mentre frequenta gli ultimi anni del Liceo Artistico.
In seguito si iscrive all’Accademia di Belle Arti dove consegue il diploma nel corso di Pittura.
Nel 1981, poiché vincitrice di cattedra, si trasferisce a Vicenza, nel Veneto che aveva già avuto modo di conoscere in occasione di due importanti personali, l’una nella galleria di Bruno Ghelfi a Verona e l’altra nella Galleria San Giorgio di Mario Lucchesi a Mestre.
A Vicenza conosce numerosi artisti, poeti e scrittori, esponenti ed animatori della vita culturale della città. Qui diviene titolare della cattedra di Discipline Pittoriche del Liceo Artistico Statale appena istituito.
È tra i fondatori di Gruppo Creativo, composto da otto artisti dell’area veneta, attivo in ambito nazionale.
Molte sono state le sue mostre personali, tra le quali:
Pittrici per l’VIII Festa della Donna” curata da Dede Aureli, Padiglione Svizzero, Biennale di Venezia; “Ex Chartis” Palazzo dei diamanti a Ferrara; “colorAZIONE” ex Cantieri Navali, isola della Giudecca a Venezia; “I doni di Alcippe” a cura di Luigina Bortolatto a Palazzo Roncade di Rovigo; “Fin de Siècle” II Biennale Nazionale Vicenza alle Donne dell’Arte, Basilica Palladiana, Vicenza; “Human Rights?” a cura di Roberto Ronca, Campana dei caduti di Rovereto; “La voce del corpo” 5^ Edizione, Villa Arese Lucini di Osnago; “Dancing Shadovs” curata da Alisia Viola presso la Villa Reale di Monza; “Nulla è come appare” curata da Chiara Reale al PAN, Palazzo delle Arti di Napoli; “Donne Vita Libertà” Palazzo dei Trecento, Treviso.
Sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche.

 

 

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