Fare Voci gennaio 2021

Un buon punto da cui ripartire.
È questo l’invito e l’augurio che facciamo con il numero di inizio anno di “Fare Voci”.

Anche questa volta con il proporre una serie di autori capaci di trovare con la propria espressione il prezioso battito cardiaco a cui affidarsi.

Con la poesia di Francesco Filia e la sua importante raccolta “L’ora stabilita”, e con Laura Pugno e il suo altrettanto fondamentale “Noi’.

Dal Canada troviamo la voce d’autore di Gillian Sze, con quattro suoi testi tradotti per la prima volta in italiano.

Assieme al poeta e musicista Francesco Macciò ritorniamo su uno dei capolavori della letteratura italiana, “Il Conte di Kevenhüller” di Giorgio Caproni.

La scrittura è ancora protagonista con gli haiku di Enrica Merlo e le poesie di Valentina Proietti Muzi e di Bernardo Pacini.

Il ‘ti racconto’ è tutto nel romanzo d’esordio “Il sapore delle parole inaspettate” di Giulia Zorat.

Le immagini sono gli otto dipinti di Marina Legovini.

Buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail: farevoci@gmail.com)

 

 

Immagini —————————–

Nel ciel più della sua luce prende

di Marina Legovini

 

 

 

Voce d’autore ————————-

Di quell’ora mai promessaci di grazia

Francesco Filia, “L’ora stabilita”

di Giovanni Fierro

Forse è questo il punto da cui ripartire. Il momento rinnovato e da tenere vicino in cui mettere le nuove parole di cui avere bisogno. A cui dare fiducia.
È proprio “L’ora stabilita” di Francesco Filia, questo invito a vivere la poesia come strumento che testimonia l’innesco dello stare al mondo. L’attrito che crea la prima luce, la più intensa e la più naturale, il primo passo, per iniziare un nuovo sguardo, un possibile sapere “l’esatta misura che separa/ ogni vita/ dal suo urlo”.
Il centro a cui ritornare, per ricordarci che siamo esseri umani, bisognosi di desiderio e riconoscimento, di chiamata al mondo e di ritrovarci “dove l’attesa è/ l’orizzonte, l’estate/ di tramonti e balconi, l’attimo/ senza tempo”.
Il lavoro di Francesco Filia in questo libro è quello di costruire un presente che tutto contiene, un diaframma a cui affidare la propria presenza, da condividere e da difendere.
Certo, non è un facile vivere, queste righe sanno quando è “il tempo/ di restituire l’ombra/ che ci ha legati/ a noi stessi”. E qui è la crescita, il momento dello scarto in avanti, la definizione di sé come identità. Ma che può finire, che finirà.
Queste poesie sono corpo, bisognoso di carne e pensiero, per dire che si è “qui,/ dove l’attrito/ dell’aria prova,/ di nuovo, che/ esisto”. Anche per sentire su di sé il tempo del tempo.
Francesco Filia riconosce l’uomo, lo mette al centro della sua ricerca, non solo poetica, ne riconosce le attese e le disillusioni: “Giuro/ su quel che non può/ cambiare”.
Dà forza “L’ora stabilita”, perché ci racconta di uno stare in piedi, di fronte a se stessi, di fronte a quello che potremmo essere, di fronte a quello siamo; di fronte a quello che sarete.
La pietra scagliata nei millenni/ scompare nel nero di un’acqua”, dove adesso nuotiamo, dove ci immergiamo?
La poesia di Francesco Filia toglie, non aggiunge mai. Il suo è un levarsi dalla superficie. Il suo è il rimuovere l’inerzia che da troppo tempo ci copre. Finalmente. E senza conoscere la resa.

 

 

Dal libro:

Il fronte
nero del giorno
cade
ai miei piedi
in macerie
e cumuli che non
potrò aggirare,
invece, scavare fino
a un grano
di sale, di
luce, di vita apparsa
di nuovo.

*

Scambierò
gli occhi
con questo buio che incombe
per cogliere il bordo
nascosto degli oggetti
il filo, spezzato,
che li unisce
a quel che non muore.

*

Non è nostro
il calmo
furore
della terra
l’immenso di
lampi e silenzio
la mano
che afferra
la ringhiera e trema,
non è nostro nemmeno
questo finire.

*

Forse
era giusta
l’altra
di vita, non
questa,
o forse è giusto
rimanere
nel bivio
di questo giorno.

 

 

Intervista a Francesco Filia:

“L’ora stabilita” è un libro intenso. Che fa il punto su questione fondamentali. Ad esempio, come si legge nella nota finale, che questo lavoro vuole fare i conti “con le ferite aperte e irrisolte che il mondo e l’esistenza sono”. Cosa significa questo proposito?
L’esistenza mi è sempre apparsa – sia quella individuale che quella collettiva come l’esistenza del mondo stesso – un enigma, qualcosa di profondamente inquietante per il solo fatto di esserci.
Questo sgomento, in alcuni casi terrore, in me si è presentato sin da piccolo nella percezione del mondo intorno a me, delle cose, degli oggetti che mi sembravano qualcosa di imperscrutabile e nelle sensazioni che essi suscitavano in me.
Questo magma di percezioni, stati d’animo vissuti, diventando parola, anziché chiarirsi, si è amplificato nella sua insondabile enigmaticità. “L’ora stabilita”, che è un testo che ho scritto in più di un decennio, è il tentativo di restituire in maniera asciutta e netta questa dimensione, per me, costitutiva.

E l’usare la poesia come strumento per farlo?
L’idea centrale del mio approccio alla poesia, che ho chiarito a me stesso solo negli anni, è che la poesia è un’amplificazione e un’accelerazione della percezione estetica e del pensiero.
La parola poetica deve amplificare sia la percezione dei sensi sia la dimensione invisibile del logos, anzi è l’incontro necessario e ineludibile tra queste due facoltà, è un fare che oscilla vertiginosamente tra il dettaglio irripetibile del percepire e l’universalità del sillogizzare, senza mai essere nell’uno nell’altro, ma essendo solo e misteriosamente sé stessa.

L’impressione è, poi, che il libro sia un ‘qui ed ora’ che tutto contiene, in cui tutto si costruisce e che ha il desiderio di trovate un ‘qualcosa’ a cui affidarsi… può essere così?
Il ‘qui ed ora’ per me è la verticalità dell’attimo, in cui si arresta momentaneamente il flusso indistinto del divenire e ogni gesto diventa, pur nella sua irrisoria transitorietà, definitivo, nel ‘qui ed ora’ ogni gesto dice il miracolo dell’iniziare e lo sgomento del finire.
E forse la parola poetica è l’elemento che permette l’intensificazione dell’attimo che s’ innalza per un istante solo, appunto, dall’insignificanza del flusso indistinto delle cose e lo comprende nella sua inquietante gratuità.
Forse l’esperienza del bello si annida proprio nel ‘qui ed ora’ della forma e nella constatazione della sua perenne fine.

Le parole che fanno vivere queste poesie sono nette, quasi come quando si lavora ad una scultura, in cui è il togliere il lavoro necessario, per arrivare alla sostanza, al necessario, al nervo…. È solo una mia impressione?
Sì, è così. In questo libro più che in altri, dove invece ho anche proceduto per accumulo come nel poemetto “La neve”, la parola si è presentata in maniera scarnificata, in un processo di riduzione e scolpitura fino a giungere alla pietra viva del ‘dire’.
Sentivo la necessità del testo lapidario, nel senso etimologico della parola, come se il testo poetico si dovesse presentare sotto forma d’epitaffio. Non so se ci sono riuscito fino in fondo, ma il compito che sentivo di dover portare a termine nel libro era questo, anche se poi i libri di poesia vanno oltre le intenzioni del poeta e il loro fascino è soprattutto in questo tradimento.

C’è sempre un ‘equilibrio’ (difficile, mai scontato, anche doloroso forse…) tra questa vita e una vita altra, che più volte viene nominata. Questo costruisce una tensione, che penso sia la forza del libro. Che tensione è? Qual è la sua natura e come si manifesta?
La vita si presenta in una duplice veste: quella che è e quella che vorremmo che sia, lo iato tra questi due estremi mi sembra essere l’essenziale della vita, un essenziale, contraddittorio e agonico, nel senso pieno del termine, e direi irrisolvibile.
L’equilibrio, se c’è, è nella tensione mai del tutto risolta tra le forze opposte che si urtano e si scontrano, che rischiano di dilaniarci e annientarci. La parola non salva né risolve lo scontro, ma nel dirlo lo rende, forse, per un attimo, trasparente, puro.

“L’ora stabilita” ha luce in ogni pagina. È forse questo attrito che si avverte tra le due vite sopra citate, tra ogni ‘prima’ ed ogni ‘dopo’, tra l’io e il tu, a creare e ad accendere il chiarore utile a vivere e vedere ogni possibile manifestazione dell’esistenza?
L’attrito è generato da una forza che si oppone al movimento, è da questa opposizione di forze che si genera energia, la dispersione della forza dinamica in calore.
Penso che se trasliamo metaforicamente questa definizione fisica, la situazione detta nel libro mi sembra essere proprio questa. È l’attrito dell’esistenza con il mondo che rende vera ogni sua manifestazione. L’ora stabilita insiste anche, forse soprattutto, sull’aspetto di dispersione dell’attrito, su ciò che si perde senza rimedio, ma anche su quel poco che si conserva e che, in casi ancor più rari, si trasforma e genera nuova forza, nuova energia, luce.

Pagina dopo pagina, comunque, tutto ciò che si legge è un attestato di vita. Niente è sconfitta, niente è abbandono. C’è una pienezza dell’esistenza umana. Pur nelle difficoltà e nelle fragilità evidenti dello stare al mondo. Mi sbaglio?
Come prima ho accennato la pienezza dell’esistenza umana è nella sua dimensione agonica e irrisolta, l’uomo, per rifarsi alla sapienza tragica, è un enigma per se stesso, enigma che è, al tempo stesso, la sua condanna e la sua dignità. La parola poetica è per me il luogo in cui questo stato di cose si manifesta pienamente, senza mai risolversi.
La parola poetica diventa luce che però non può non fare i conti, in un corpo a corpo mortale, con il buio che le è sempre dappresso, come non può e non deve liberarsi del silenzio che l’origina e a cui ritorna implacabilmente.

E poi, in conclusione, a leggere il libro si vive un ‘chiamarsi al mondo’, un appello a se stessi per esserci, in questo presente. Può essere anche questo?
La poesia come la filosofia – che, insegnandola, è l’altra attività che occupa il mio tempo – ha una dimensione, per rifarsi a Nietzsche, di inattualità, è sempre fuori tempo, la poesia che segue il contemporaneo o l’attualità ne viene stritolata condannandosi all’insignificanza.
E invece, per contrasto, se la parola poetica riesce a trovare e a custodire una propria voce, un proprio luogo da cui dire il mondo, in ascolto sia delle voci che l’hanno preceduta sia di quelle che l’accompagnano, può a sua volta aprire un mondo se non addirittura, ma questo penso sia solo dei grandissimi, prevederlo e predirlo. Nel mio piccolo la chiamata al mondo de “L’ora stabilita” è un essere di guardia della parola poetica, sui cenni e i frammenti che il tempo e la vita ci consegnano. Un essere di guardia senza speranza né timore.

 

L’autore:
Francesco Filia vive, insegna e scrive a Napoli, dov’è nato nel 1973.
Sue poesie sono presenti in numerose riviste e antologie, tra cui “Subway – Poeti italiani underground” a cura di Davide Rondoni (NET, 2006) e “Il miele del silenzio” a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Ha pubblicato i poemi “Il margine di una città” (Il laboratorio, 2008), “La neve” (Fara editore, 2012, vincitore del concorso “Faraexcelsior” 2012), “La zona rossa” (Il laboratorio 2015); la plaquette “L’inizio rimasto” (Il laboratorio, 2017) e la raccolta “”Parole per la resa” (CartaCanta, 2017). Lo scorso anno ha pubblicato il volume di saggi “Corpo a corpo con i poeti del ‘900“, edito da Fara.
È redattore del LITblog Poetarumsilva.

(Francesco Filia “L’ora stabilita” pp.80, 10 euro, Fara editore 2020)

 

 

 

 

Immagini —————————–

Da qualche parte in laguna

di Marina Legovini

 

 

 

 

 

Voce d’autore ————————-

Until I could no longer see Finchè non potevo più vedere

Quattro poesie inedite in italiano

di Gillian Sze

 

 

Plotting

How often
I pressed my face to the fence
peered through the boards
until I could no longer see
the dog across the street,
the running engine of the neighbor-boy’s truck,
the half shell of an egg,
not even the moths blended into the tree bark
or the dazzling wings of a dragonfly
caught in a girl’s hair,
nor smell the sting of an under-ripe tomato
newly plucked from the vine.

How often
I’ve seen myself running the distance
limbs all sound and simple matter
and beholding distance’s deceptions,
the run to the stop sign
never being quite as long to get there
as it is to turn around
and return.

Tracciatura

Quante volte
ho premuto la faccia sul recinto
sbirciato attraverso le sue assi
finché non potevo più vedere
il cane dall’altra parte della strada,
il motore acceso del camion del vicino,
il guscio a metà di un uovo,
e nemmeno le falene confuse con la corteccia
o le ali abbaglianti di una libellula
catturata nei capelli di una ragazza,
neanche l’odore pungente di un pomodoro quasi maturo
appena colto dalla pianta.

Quante volte
mi sono vista correre lontano
così in salute, così semplice
contemplando le insidie della distanza,
la corsa fino allo stop
mai abbastanza lontano per arrivarci
quanto il voltarsi
per tornare indietro.

*

First Hymn
‘Cædmon, sing me hwæthwugu.’

Now we must rave the somatic reaping:
the stomach of summer and another sun’s labour,
the winding of wheels, the formula to woman.
Even Fall’s failings have more to foster:
the remaining milk to make cheese in winter,
the glut of grapes for another time’s garnet wine,
leftover love – smoked, cured, preserved, pickled – look to it later.
What our tongues tested, made afterwards
firm ground for something that worked, we’ll forget just how well.

Primo inno
“Qualcosa, qualsiasi cosa, quello che vuoi”

Ora dobbiamo far delirare la mietitura somatica:
lo stomaco dell’estate e la fatica di un altro sole,
il girare delle ruote, la ricetta per la donna.
Anche i fallimenti dell’autunno hanno altro ancora da promuovere:
il latte rimasto per fare il formaggio in inverno,
l’uva in eccesso per il vino granato della prossima volta,
gli avanzi dell’amore – affumicato, stagionato, conservato, sottaceto – guardalo più tardi.
Quello che le nostre lingue hanno testato, poi è diventato
una terraferma per qualcosa che ha funzionato, il quanto bene lo dimenticheremo.

*

Sunday the Thirteenth

Today I wear your mother’s shirt.
I wish there were more to say,
but the day is ungenerous
and I don’t know how to move
from your side of the bed.
All afternoon the shadows
reassured me that the sun
has seen all angles of my face
as it left for tomorrow.
Now I wear dusk around my knees.

Domenica tredici

Oggi mi metto la camicia di tua madre.
Vorrei che ci fosse altro da dire
ma la giornata è ingrata
e non so come spostarmi
dal tuo lato del letto.
Per tutto il pomeriggio le ombre
mi hanno rassicurato che il sole
ha visto tutti gli angoli del mio viso
mentre andava via per tornare l’indomani.
Ora alle mie ginocchia indosso il crepuscolo.

*

Lunacy

Behind the buildings,
the sky is like verdigris above the horizon.
The last year rusted through, I wake early.
Raise my green tea to the moon.
It looks down with a half-closed eye.

Lately, I’ve been more aware
of the moon’s phases.
We are somewhere between a new moon
and the first quarter,
and I find myself at intersections
seeking a sliver of shaded relief
behind the blinds.

I am all middle-ground,
flanked by the urgency of language,
the tremor
and the salacity that swings above it.

A full moon will sprout in two weeks.
They say its effects usually last for four days.
People on the street will shift just as I pass,
this dementia will be a lighter bearing.

Follia

Dietro gli edifici,
il cielo è come il verderame sopra l’orizzonte.
L’anno passato si è arrugginito, mi sveglio presto.
Alzo il mio tè verde alla luna.
Lei guarda in basso con un occhio semichiuso.

Ultimamente, sono stata più consapevole
delle fasi lunari.
Noi siamo da qualche parte tra la luna nuova
e il primo quarto,
e mi ritrovo nelle intersezioni
cercando un frammento d’un sollievo d’ombra
dietro le persiane.

Sono tutta una via di mezzo,
affiancata dall’urgenza del linguaggio,
il tremore
e la salacia che vi oscilla sopra.

La luna piena spunterà tra due settimane.
Dicono che di solito i suoi effetti durano quattro giorni.
La gente per strada si sposterà mentre passo
questa demenza avrà un portamento più leggero.

 

La poesia “Lunacy” è tratta dalla raccolta “Fish Bones” (DC Books, 2009) e le altre tre da “The Anatomy of Clay” (ECW Press, 2011).

(Le traduzioni in italiano dall’originale in inglese sono a cura di Sandro Pecchiari e Giovanni Fierro.)

 

L’autrice:
Gillian Sze è autrice di nove raccolte di poesie, tra cui “Peeling Rambutan” (Gaspereau Press, 2014), “Redrafting Winter” (BuschekBooks, 2015) e “Panicle” (ECW Press, 2017), che sono state finaliste al “QWF’s A. M. Klein Prize for Poetry”.
Si occupa anche di saggistica, recensioni ed interventi critici.
Recentemente ha iniziato a scrivere libri per bambini e ha tre libri illustrati in attesa di pubblicazione.
Il suo lavoro è sostenuto dal “Canada Council of the Arts” e dal “Conseil des arts et des lettres du Québec”.
Ha ricevuto diversi premi, come il “Montreal International Poetry Prize”, il “National Magazine Awards”, il “bpNichol Chapbook Award” e il “Malahat Long Poem Prize”.
Ha studiato scrittura creativa e letteratura inglese alla Concordia University e ha conseguito un dottorato di ricerca in “Études anglaises” dall’Università di Montreal.
È originaria di Winnipeg e ora risiede a Montreal dove insegna scrittura creativa e letteratura.

www.gilliansze.com

 

 

 

 

Immagini —————————–

Lago del Cornino

di Marina Legovini

 

 

 

 

Voce d’autore ————————

La luce che non muta

Laura Pugno, “Noi”

di Roberto Lamantea

 

È un cantico della luce, un canto duale di corpi che la luce rivela, o che la luce dona al mondo, luce-germoglio, la nuova plaquette di versi di Laura Pugno, “Noi”, composta tra il 2015 e il 2017 e pubblicata da Amos Edizioni nella collana “A27 poesia” diretta da Sebastiano Gatto, Giovanni Turra e Maddalena Lotter. Una luce aurorale, che forse genera i corpi e le cose, una luce-trasparenza, dantesco chiarore della rivelazione.
luce, luce ovunque circondata/ da sé ed altra,/ stella legata a stella a corpo” (p. 27), “lo scintillio se l’aria stessa/ è luce, l’acqua è luce” (p. 57), così come “il bosco, la foresta, non sono luoghi di conforto, sì di smarrimento e conoscenza”, commenta la nota in quarta di copertina, ed è sempre Dante (p. 39):

la luce si lega alla luce,
di nuovo, o ancora-adesso,
o ora-qui,

non c’è distanza,
è annullata nel noi illuminata
illuminati insieme,

luce che non muta (o
luce-libellula, luce-
lucciola, scritto in bianco
su bianco,
appena visibile,

o schiuma, appena,
contro la massa ossidiana del mare)
[…]

I versi affiorano dalla pagina – prima lettera minuscola – appartengono al bianco-silenzio-luce della carta, danzano per cellule germinali di senso – luce, bosco, legno, corpo, fuoco, astri – come negli altri libri di poesia di Laura Pugno, versi-paesaggio, versi-mondo come in Zanzotto e Celan.
La luce degli astri, la luce dei corpi: “i corpi fanno luce,/ sono piante/ o insetti, sono// alba – vedi/ che appare il giorno/ portato da ogni corpo/ con sé” (p. 15).

il mare quindi è il bosco,
lingua arcaica che dici
l’opaco e scintillante, il colore del sangue

e poco altro, certo, tutto il verde
fatto di quello che è sparso, che è stato
sparso per fare

la parola per colore
è scintillante,
questo avviene, una forma d’azzurro
apre gli occhi aperti:
il blu inesistito, il mondo visto

come qualcosa,
che scintilla come acqua

poi la parola

sono i primi versi (p. 33) di “il blu inesistito”, uno dei nove segmenti che compongono il libro. Ma c’è anche la “luce corvina” (p. 18). O è la luce-paesaggio a rivelare i corpi dell’amore; la casa è un bosco, la foresta (tema caro alla scrittrice romana) in un dialogo continuo tra il dentro e il fuori, i corpi e il mondo.
“Noi” di Laura Pugno è un cantico d’amore dalla purezza antica (vengono in mente la poesia ma anche i dipinti e i colori del Duecento), è una coreografia: danzano i corpi nella luce, controluce; la luce li veste, li denuda, i corpi sono segni, punteggiatura, parole e silenzi, trasparenze.
I versi di Laura Pugno possono essere cantati, bisbigliati, graffiati sull’aria, sempre morbidi, al confine del cielo. Uno dei libri più intensi della poesia italiana degli ultimi anni.

Intervista a Laura Pugno:

“Noi” è un canto d’amore e di luce, è disegnato in un continuo chiaroscuro di grande forza visiva. Nella nota scrivi: “’Noi’ è una serie di poesie d’amore, tra due persone. Intorno a loro, una comunità di vivi e morti, a cui si arriva per mezzo della poesia, con la poesia a legarci attraverso il tempo e, allo stesso tempo, al mondo». Come in altri libri – “bianco”, “i legni” – tornano parole, immagini, stilemi che disegnano il tuo universo poetico: i primi versi in minuscolo, come i titoli, il dialogo continuo nelle parole e nelle immagini tra corpi, natura, paesaggio. Ci racconti la genesi di “Noi”?
A quanto ho scritto nella Nota aggiungerò che nella stesura di “Noi”, e soprattutto dei primissimi testi, ha giocato un ruolo la lirica provenzale occitana– che potrebbe a breve anche essere oggetto di un mio lavoro di traduzione, ma è presto per parlarne – e in particolare la tradizione delle albe e delle aubades.
Il luogo e tempo poetico dell’alba come genere letterario, però, qui è oggetto di rovesciamento, perché nella tradizione altomedievale al sorgere del sole gli amanti devono separarsi, mentre in “Noi” possono ormai ricongiungersi al mondo, un mondo inondato di luce al finire della notte.

Tu scrivi prosa e poesia. In un’intervista hai dichiarato che il metodo di lavoro è molto diverso: nella prosa più metodico e programmato, più intuitivo e legato all’«occasione» in poesia. Quando ti accorgi che una raccolta di versi può avere l’architettura di un libro compiuto?
Non è esattamente così, per me la poesia non è legata all’occasione, o se vogliamo, potremmo intendere questa parola in senso montaliano… È certo che la prosa consente una dimensione più progettuale – che tuttavia non è certo assente nella poesia, anzi negli anni nella mia scrittura ha acquistato forza. Giocosamente ma non troppo, possiamo dire che la prosa si evoca e la poesia si invoca. In quanto all’architettura del testo, emerge progressivamente, si rivela o disvela.
Conta molto anche il tempo trascorso dalla prima o ultima stesura, che consente una visione più chiara.
Ho riletto recentemente, per predisporli in forma definitiva, degli inediti che non avevo più toccato da diverso tempo, forse quasi un anno: la struttura del libro, di cui mesi fa non ero ancora certa, si era come sedimentata – come polvere d’oro sul fondo di un bicchiere – e mi appariva ormai evidente.

Seguendo le novità di poesia pubblicate in Italia negli ultimi anni, quasi tutte da piccoli editori, è evidente un dato: la maggior parte dei testi sono scritti da donne, molte autrici sono giovanissime, tra i 20 e i 30 anni. C’è una rinascita della poesia? E la poesia è donna?
Per rinascere tocca morire – e la poesia non è mai morta. Indubbiamente più donne scrivono, e – anche – più donne pubblicano. Mi verrebbe da dire, perché possono, nel senso più ampio del potere, anche se questa presa di parola ancora oggi non può essere data per scontata.

 

L’autrice:
Laura Pugno è nata a Roma nel 1970. Tra i suoi ultimi libri sono da segnalare “La metà di bosco” (2018), “Sirene” (2017), “La ragazza selvaggia” (2016), tutti pubblicati dalla veneziana Marsilio; tra le raccolte di poesia “Bianco” (nottetempo, 2016); “I legni” (2018) nella collana Gialla Oro di LietoColle-pordenonelegge.it.
Nel 2020 ha pubblicato con Giulio Mozzi l”’Oracolo manuale per poete e poeti” (Sonzogno).
Dal 2015 al 2020 ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.
Laura Pugno è una delle autrici comprese in un’importante antologia al femminile del 2012, “Nuovi poeti italiani 6”, nella bianca “Collezione di poesia” Einaudi, a cura di Giovanna Rosadini, accanto a nomi che nel decennio scorso si sono rivelate come le più interessanti voci della poesia italiana contemporanea, da Alida Airaghi a Maria Grazia Calandrone, Chandra Livia Candiani, Giovanna Frene e Franca Mancinelli.

www.laurapugno.it

(Laura Pugno “Noi” pp. 88, 12 euro, Amos editore 2020)

 

 

 

 

Immagini —————————–

Clouds 3

di Marina Legovini

 

 

 

 

 

Da qui ——————————

Giorgio Caproni, “Il Conte di Kevenhüller”

con una intervista a Francesco Macciò

di Giovanni Fierro

 

È bene tornare a Giorgio Caproni. E questa è l’occasione per incontrare nuovamente le pagine del suo “Il Conte di Kevenhüller”, libro del 1986 e ultimo lavoro pubblicato in vita dall’autore.
Raccolta poetica decisamente particolare, che si sviluppa come un libretto d’opera e che prende vita da uno spunto datato 1792, quando il Conte di Kevenüller promuove la caccia ad una bestia che infesta il Ducato di Milano. Caccia che poi si rivela essere la metafora di una ricerca che ha la necessità dell’animale braccato alla libertà, che si trasfigura in una molteplicità di immagini irraggiungibili.
Il libro di Caproni è un nuovo fare i conti con la poesia a lui contemporanea, è un suo nuovo laboratorio di intuizioni e scoperte, e nelle pagine de “Il Conte di Kevenhüller” la Bestia è sempre più il centro e il corpo di un qualcosa che pulsa, che ha bisogno di definizione (la poesia? la vita?…), lo strumento necessario per riconoscere e nominare: “La Bestia, o era fuggita via,/ o non esisteva”, e ancora di più “Lei..// La preda che ti uccide uccisa// e ti risuscita”. Perché è un attimo, e ci su rende conto che “La Bestia che cercate voi,// voi ci siete dentro”.
La Bestia narrata da Caproni come fulcro dell’essenza da cercare in ogni presente? Probabile. Di certo, quello che viene inseguito e domandato in “Il Conte di Kevenhüller” non si esaurisce, ma muta e cambia con il proprio tempo, con il tempo a venire.
E di certo sempre più avrà significato quello che Caproni ha scritto in specifico in una delle poesie contenute nella raccolta, ‘Consolazione di Max’: “Mi piacciono i colpi a vuoto./ I soli che infallibilmente/ centrino ciò ch’enfaticamente/ viene chiamato l’Ignoto”. E questo sarà per sempre.
Come la certezza che per altri obiettivi – per altre persone? per altre parole? – è “Inutile, per salvarli,/ sparare alla morte.// Doveva esser altra/ la mira”. “Il Conte di Kevenhüller” si nutre di domande.
E quando ci si ferma, per trovare il respiro definitivo, Caproni sa riconoscere l’origine: “Vivi dentro la morte/ come i morti son vivi/ nella vita”. E come non trovare se non l’eco, almeno lo sguardo di Rilke.
Il libro è questo sipario che si apre al pensiero sul linguaggio, la constatazione che “Il luogo/ è salvo dal fruscìo/ della bestia in fuga, che sempre/ – è detto – è nella parola”.
Da questa considerazione, da questo risultato critico, non si può che giungere ad un finale che mette ancor più in evidenza il nervo del lavoro di cui l’uomo ha bisogno, per incontrare se stesso e riconoscersi, “Il nome non è la persona.// Il nome è la larva”.
“Il Conte di Kevenhüller” è libro che non sta fermo, che si divincola, fugge e si fa rincorrere, ma che è capace di saltarti addosso, di ammaliarti e toglierti la pelle della superficialità.

 

Ed allora, per meglio entrare nel significato e nel dire di questa importante opera di Giorgio Caproni, ci facciamo aiutare da chi questo fondamentale autore della cultura italiano lo ha conosciuto di persona, e per la cui opera poetica e letteraria nutre un profondo coinvolgimento ed una attenta conoscenza.
Abbiamo incontrato Francesco Macciò, una delle voci più limpide della poesia italiana contemporanea, fine musicista e attento studioso, che a Giorgio Caproni ha dedicato il volume di studi “Queste nostre zone montane”.
A Macciò abbiamo posto alcune domande su “Il Conte di Kevenhüller”, libro da lui scelto per questo approfondimento, per meglio frequentarne le pagine, e creare un nuovo confronto sul fare poesia di Giorgio Caproni.

 

Intervista a Francesco Macciò:

Prima di tutto, qual è il tuo rapporto con Giorgio Caproni e la sua poesia?
La poesia di Caproni mi aveva intrigato all’inizio per i riferimenti a Genova, la città in cui vivo, e all’entrovalle del fiume Trebbia, una zona cara e familiare a due passi dal paese dove sono nato. Poi, a partire dai versi che trasfigurano allegoricamente i luoghi della città ligure, come l’ascensore di Castelletto o la funicolare del Righi, ovvero restituiscono su un piano metastorico la Waste land valtrebbiana, che può divenire lo scenario scabro di verità indecifrabili, ho approfondito la lettura delle sue opere.
Ho avuto modo di apprezzare non solo il poeta ma anche l’uomo, per la sua umanità e umiltà, quando ho incontrato Giorgio Caproni a Loco di Rovegno, in val Trebbia, nel 1988.

Perché la scelta de “Il Conte di Kevenhüller”?
Quest’opera si collega quanto meno alle altre due che la precedono, ossia Il muro della terra e Il franco cacciatore. Si tratta di una trilogia che raggiunge l’apice della ricerca espressiva del poeta e mi pare che con Il Conte porti alle estreme conseguenze, quasi a rarefazione, se non proprio ad afasia, lo straordinario linguaggio poetico di Caproni, un autore che crescit eundo e che ci sorprende a partire proprio dalle opere della maturità e della vecchiaia.
Nel Conte, poi, forse più densamente che in altre opere, trova riscontro una sostanza speculativa, dovuta probabilmente anche al rapporto con il pensiero di Giorgio Agamben, il filosofo che curerà il postumo “Res amissa”.

Questo libro, come si pone all’interno della sua produzione, e quale ruolo ha nell’ambito della poesia italiana?
La complementarità di parola e musica, in uno scrittore che peraltro considera la poesia musica, mi pare decisiva: una sintassi paratattica, nominale, calata in versi scomposti in plurime spezzature; un linguaggio ad alto tasso polisemico, agglutinante, teso fino al punto di rottura, ridotto ai minimi elementi costitutivi, a grafemi, a spazi bianchi; una musica franta, disseccata, atonale, assai lontana dai compiuti accordi delle prime raccolte…
Ecco, mi pare che in tutto questo consista il lascito del Conte di Kevenhüller all’evoluzione del poièin caproniano e più in generale alla poesia del Novecento.

Cosa ‘rivela’, e cosa ‘nasconde’, questo suo lavoro?
È un’opera che si cela già nel titolo enigmatico, ma chiama in gioco, fin dai versi trascritti in epigrafe, il lettore e in qualche modo, tramite l’Avviso del Conte, lo proietta in una misteriosa caccia a una bestia che infesta il territorio, una caccia che si carica allegoricamente di innumerevoli significati.
Tutto il libro è ricco di oscuri bagliori: la rete fitta dei campi, l’intrico della macchia, le balze, le frane, i “luoghi non giurisdizionali” dove si spinge la generale caccia alla metamorfica, “evanescente” preda che si nasconde, forse, dietro la parola: uno scacco all’alterità del linguaggio che spegne la realtà nominandola: “L’onoma non lascia orma. / È pura grammatica”.

L’impressione, che si ha subito, è che Caproni in questa raccolta poetica abbia voluto mettere ‘in scena’ un suo raccontare, portare proprio sul palco una sua narrazione. Può essere così?
Caproni dimostra sempre una straordinaria attitudine a raccontare in versi e la sua opera, a ben guardare, pur nei suoi complessi significati, ha anche una vena popolare che la rende accessibile a tutti. A tali caratteri di narratività e fruibilità, peraltro, si può ricondurre quel dantismo messo in luce dalla critica, che affiora significativamente anche nei titoli di alcune raccolte (“Il seme del piangere”, “Il muro della terra”).
Questa vena narrativa, che si attesta in Caproni in numerosi racconti, circa una quarantina, trova espressione in poesia in una raffinata tecnica, acquisita grazie anche ai suoi studi di armonia e composizione, in una sapienza metrica, in una sorvegliatissima tessitura fonoprosodica.

A distanza di tanto tempo, cosa rimane de “Il Conte di Kevenhüller”? Qual è la sua contemporaneità?
Nel Conte il taglio di una versificazione che parrebbe estranea al Novecento, se non collidesse con la dislocazione scalena dei versi e non si impennasse in spiazzanti cortocircuiti, sembra spingersi ben oltre gli esperimenti neoavanguardistici, irrimediabilmente confinati nel loro tempo, e arrivare fino a noi.
Aver sondato l’archetipo della caccia reinventandolo non solo in una struttura melodrammatica ma soprattutto nella reversibilità delle situazioni, dove le categorie spazio-temporali deragliano in un mondo di apparenze, di “asparizioni”, è come aver presagito qualcosa della pervasiva liquidità nella quale viviamo. Oggi, poi, quel legame indissolubile che unisce la parola alla musica e la musica alla memoria, anche attraverso il recupero non esornativo ma “portante” della rima – che è costante nella scrittura di Caproni – riporta la poesia a una sua possibile identità, che andrebbe affermata, se si vuole anche per altre vie, in un tempo come il nostro che sembra averla annullata o destituita.

La ‘bestia’ in queste sue pagine è tanto presente… che idea ti sei fatto alla fine, di questa figura, di questa protagonista?
Il motivo centrale dell’intercambiabilità dei ruoli e delle situazioni, dove anche la Bestia, la multiforme preda cacciata dal Conte può, capovolta la mossa, diventare cacciatrice, ci restituisce un’immagine sfuggente del Male, che si radica dentro e fuori di noi. È un mostro imprendibile, che può essere felis nebulosa o flatus vocis, oppure insinuarsi mortifero nel linguaggio, nella parola.

Quali, secondo te, sono i testi e i passaggi fondamentali di questo libro? E perché?
Difficile elencarli in un libro così fortemente coeso, i cui temi si intrecciano e si rimpallano di continuo. Siamo in un mondo fantasmatico dove, per esempio, certe scene che rinviano alla tradizione della caccia infernale delle saghe e leggende nordiche si capovolgono nelle immagini di una caccia trascendentale.
Mi sono occupato tanti anni fa di un nucleo centrale, che mi pareva e mi pare ancora oggi estremamente interessante: si tratta di una sorta di suite che prende titolo da un lied di Mozart, “Abendempfindung”.
C’è una rarefazione del paesaggio, quasi desertificato, un addensarsi costante del buio, un’ora prenotturna dove si accampano interrogativi che rimangono sospesi, come quello che leggiamo nel bellissimo componimento Di un luogo preciso descritto per enumerazione: “È forse / in questa geografia precisa / e infrequentata (in questa / gola incerta, offuscata / di fumo) la prova / unica – evanescente – / di consistenza?…”.

 

Gli autori:

Giorgio Caproni (Livorno 1912 – Roma 1990) è uno dei massimi poeti italiani.
Il suo percorso d’autore è una continua ricerca. Tra musicalità e retorica, tra lingua popolare e colta.
Sempre in cerca di nuovi registri espressivi (ironia, sarcasmo, humor) e di nuove strutture formali.
Curando sempre l’impegno verso la componente fonica del linguaggio.
È stato anche traduttore di Proust, Lorca, Baudelaire, Char, Maupassant, Céline Cendrars.
Ha scritto anche racconti e saggi.
Tutta la sua pubblicazione poetica è inclusa nel volume “Caproni. Tutte le poesie”, edito da Garzanti.

Francesco Macciò è nato a Torriglia nel 1954 e vive a Genova dove insegna italiano e latino al liceo.
Finalista a molti concorsi letterari, ha vinto il Premio “Cordici” di poesia mistica e religiosa (2009) e il “Satura città di Genova” (2012). Sotto lo pseudonimo di Giacomo di Witzell ha pubblicato il romanzo “Come dentro la notte” (Manni, 2006).
Ha curato il volume di studi su Giorgio Caproni “Queste nostre zone montane”, con introduzione di Giovanni Giudici (La Quercia Edizioni, 1995).
Ha pubblicato i libri di poesia: “Sotto notti altissime di stelle” (Agorà, 2003 / Matisklo, 2013), “L’ombra che intorno riunisce le cose” (Manni, 2008), “Abitare l’attesa” (La Vita Felice, 2011, finalista Premio Volterra Ultima Frontiera 2012 e finalista Premio Internazionale Mario Luzi 2014/2015) e “L’oscuro di ogni sostanza” (La Vita Felice 2017).
Numerosi i suoi saggi critici apparsi su varie riviste. Suoi testi poetici sono stati tradotti e pubblicati in Germania e negli Stati Uniti.

 

 

 

 

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Temporale

di Marina Legovini

 

 

 

 

Voce d’autore —————————–

Se al cielo sono appesi

Enrica Merlo, “Haiku”

di Salvatore Cutrupi

 

Di solito, quando mi accingo a leggere poesie haiku mi aspetto di trovarmi di fronte ad un’esaltazione delle bellezze della natura, in particolare delle stagioni con le loro peculiarità e il loro divenire ed il tutto ben evidenziato dalla presenza del kigo (riferimento stagionale).
Nel leggere i lavori del libretto “Haiku” di Enrica Merlo questo accade solo in parte, perché tranne pochissime eccezioni negli haiku della poetessa c’è infatti un superamento del classico riferimento alla natura e alle stagioni.
Questo non rappresenta certamente un limite, anzi, perché vengono da lei affrontati temi di uguale importanza che riguardano i moti dell’anima e i sentimenti che albergano nel cuore dell’essere umano. Ogni componimento proposto riguarda il suo vissuto di haijin (poeta che scrive haiku), che nasce dal dentro di sé e viene riportato attraverso immagini chiare e piene di pathos.
Da un punto di vista formale questi haiku non hanno alcuna cesura segnica (kireji), ma da un punto di vista semantico sono animati da un deciso intervallo di sospensione, di silenzio, soprattutto tra il secondo e il terzo verso (ku).
Enrica Merlo, nel rispetto delle 17 sillabe e dei tre versi canonici, entra in contatto con la profonda dimensione del suo essere e rivisita con intensa capacità espressiva soprattutto l’amore, in tutti i suoi aspetti, spirituali e fisici. Altri temi da lei proposti sono quelli dell’amicizia, della pace, della passione e poi dei sogni che, come lei scrive, bisogna inseguire correndo per poi coglierli al volo.
Mi sento di dire che questa raccolta avvicina il lettore ancora di più alla poesia, soprattutto a quella che esplora la realtà, a quella senza fronzoli lessicali che solo gli haiku sanno essere nel momento in cui, con il linguaggio della semplicità e con poche parole, riescono a regalare un’immagine, a far nascere un qualcosa, a suscitare l’emozione, a raccontare un frammento di vita.

 

Dal libro:

Quando finisce
sale nella ferita
d’amor perduto

*

Senza la cura
dissecata radice
amore muore

*

Parche carezze
di mani vellutate
se aspro è amore

*

Rosa materna
radice della vita
dentro l’eterno

*

A bordo strada
sbocciano i papaveri
flora tenace

*

È salvifico
quello in cui crediamo
passione o fede

*

Come la terra
rimane tra le dita
vera amicizia

*

Piccolo fiore
ha capelli da elfo
cattura sole

*

Ferma sospesa
tra luce ed oscurità
scelgo la stanza

*

Appresso corri
se al cielo sono appesi
coglili sogni

 

L’autrice:
Enrica Merlo, poetessa e pittrice, vive a Rondissone (Torino). Si è dedicata alla scrittura e alla diffusione degli haiku promuovendo i primi gruppi sui social, dedicati a questo genere poetico.
Insegnante di scuola primaria, ha creato un suo Blog dal titolo “Mi mancano i fondamentali”.
Per passione realizza anche saponi artigianali con il progetto di successo “Gli aromi di Cleopatra”.

(Enrica Merlo “Haiku” pp. 20, Granchiofarfalla 2020)

 

 

 

 

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Riflessi nel laghetto di un giardino goriziano

di Marina Legovini

 

 

 

 

Margini. Di poesia e altro ————————-

Valentina Proietti Muzi, Bernardo Pacini

“Il mondo che fa per me”, “Fly mode”

di Roberto Lamantea

 

A volte la poesia dialoga con i non-luoghi; proiezioni fantastiche, cavità della mente, la stanza di Huis clos (Porte chiuse) di Sartre; gli antri del teatro di Beckett.
Qui tutto è senza nome/ c’è qualcosa che mi viene incontro/ ramifica dalle estremità/ e mi circonda”: sono i primi versi di “Il mondo che fa per me” di Valentina Proietti Muzi, uno dei tre titoli del 2020 della collana ‘A27 poesia’ di Amos Edizioni.
È il primo libro di Proietti Muzi (romana, 39 anni, laureata in Giurisprudenza, consulente finanziaria e attiva nel volontariato). Figure, riflessi, proiezioni sottilmente inquietanti, dove come ectoplasmi appaiono – cellule, amebe – i non nati (figure-emblema di Trakl). “Uno sguardo alle ultime cose vive/ ci sono insetti creature di vetro/ centinaia di corpi ti assalgono” (p. 18); “Il mondo che fa per me/ si nasconde nel sonno e mi parla/ con la voce dei morti/ che risalgono la corrente./ E tu che stai a riva e li vedi passare/ vorresti urlare Chi vi ha strappato/ da me” scrive l’autrice nel testo di p. 16 che dà il titolo al libro; “La strada è coperta di piccole sagome/ che cambiano/ colore/ e tu diventi bianca” (p. 60).
È un paesaggio di gusci, tracce, frammenti, ventricoli, forse amni, deragliamenti (detour, deviazione, come in un magnifico film di Edgar G. Ulmer del 1945), la visione si frammenta nell’immobilità, nel silenzio e nel gelo (p. 27):

[…]
ma perché tutti mi guardano
senza occhi
forse hanno un senso
che libera il tempo in un istante
mentre io cerco un posto dove
non c’è nessuno.

Figure inquietanti oltre il sogno: “[…] a forza di non nascere/ i miei bambini sono diventati/ animali di strada”. È la poesia di un’amputazione, quella di Valentina Proietti Muzi, se si può citare una radice letteraria è l’Anne Sexton del bellissimo esergo, o Sylvia Plath: si legga uno dei testi più duri del libro, ‘In superficie’ (p. 54):

Ha ragione chi dice che impazzire
è una forma d’arte
una specie elettrica
che coincide con la pelle
quando la pelle è ancora dentro
e in superficie non c’è nessuno.

È un mondo di tracce, resti, baccelli, il mondo dell’autunno e dell’inverno, quando Persefone è negli inferi dal suo rapitore-sposo Ade; ma è anche la luce della rinascita, di Demetra tra le spighe di grano.
Il libro è l’esito di un lungo lavoro di scrittura durato anni e di un lavoro di curatela che ha impegnato me e i curatori della collana A27 per quasi un anno e mezzo”, dice Valentina Proietti Muzi in un’intervista (blogcosarara.it), “il libro descrive un percorso, un viaggio intimo in cui ho riversato molto di me – una giovane donna in cerca della propria identità, attraverso esperienze dolorose, ma anche fiducia nella vita. Un viaggio iniziatico diviso in tre tappe, che ripropongono le tre tappe in cui si articolavano i misteri eleusini antichi, in cui si rappresentava il rapimento di Persefone alla madre Demetra da parte di Ade”.

Una drastica detour dai libri di Laura Pugno e Valentina Proietti Muzi è il terzo titolo 2020 di ‘A27’, “Fly mode” di Bernardo Pacini.
Il libro è un labirinto lessicale, da leggere con accanto un vocabolario della lingua italiana, per l’uso di lemmi colti o tecnici – scrive Andrea Accardi su poetarumsilva: “È come se lo stile andasse di pari passo con la visione del drone in avvicinamento, come se la scoperta progressiva del mondo si accompagnasse alla riscoperta faticosa della lingua”; un labirinto metrico, con versi lunghi che ricordano le composizioni di Julian Zhara; un labirinto dei sensi.
Perché gli occhi di “Fly mode” sul mondo, paesaggi, natura, città, donne e uomini, sono quelli di un drone. E tutto il libro è tessuto di byte, luci elettroniche: nei suoi confini di altezza (non può superare i 30 metri) e autonomia, il drone “guarda” la vita, anche la violenza della guerra (della politica e della storia, Aleppo), sino alle sequenze finali, di un lirismo trattenuto, sul nonno (i titoli: “Quiescenza – germinazione”; “Rizotassi – corretta esposizione alla luce”; “Idrocoltura – fase vegetativa”).
Ma il segno stilistico di Bernardo Pacini, pur in un libro la cui lettura non è facile, è l’assoluto rigore della scrittura: tutto torna, alla fine, i fili si riannodano, lessico e sintassi, rimandi e citazioni.
A cominciare da rime e assonanze, con cui Pacini, gozzanianamente, si diverte: camiciola/gola, svastica/spastica, scatola/ostacola, trovante/camaleonte; noci/voci; cavedio/rimedio, cornetta/trombetta. E i lemmi: glomere, dilibrare, misofonica, s’inlatebra, aruspica, zeste, tigliosa, quiditante.
Ma va detto che anche il Montale dei limoni, che in “Ossi di seppia” si opponeva, in nome della poesia povera e antiretorica, ai poeti laureati che “si muovono soltanto fra le piante/ dai nomi poco usati: bossi/ ligustri o acanti”, ha un vocabolario raffinatissimo.
Un lavoro così fine sulla scrittura richiede un lettore-alpinista (o speleologo, la poesia è fatta di grotte) ma i paesaggi verbali che conquista incantano (vedi questi tre versi: “[…] osserva/ vetrosa come una lampada spenta/ lo spazio circostante” (p. 31).
Ma questa tensione stilistica non inganni il lettore: abbiamo citato Montale e anche “Fly mode” ha unghiate di montaliana malinconia, come nel ritratto di p. 42:

Gentile, lontano senso di colpa. Suono / di amici che forse
stanno arrivando.
Vengono a dirle che qualcuno è morto
mangiando pezzi di pane alle noci.
Incredibile.
Dèvia la pista di voci, maschi procedono in sale contigue.

Lui solo rimane, stelo degli occhi di Santa Lucia.
Come me, può essere ovunque: stipiti, nicchie, libri
caduti, colli di fiaschi lasciati a metà.

Come un trovante, la attende / non parla.
Vuole lei sappia che il lutto è veemente, lo eccita ancora:
come le ossa di un camaleonte luccica
al buio della camera ardente.

Bernardo Pacini (1987) è un poeta fiorentino. Ha pubblicato “Cos’è il rosso” (Edizioni della Meridiana, 2013), il libro d’arte “Perfavore rimanete nell’ombra” (Origini Edizioni, 2015), la plaquette illustrata “La drammatica evoluzione” (Oèdipus, 2016) dedicata ai Pokémon.
Nel 2019 è stato incluso nell’antologia “Poeti italiani nati negli anni 80 e 90” a cura di Giulia Martini edita da Interno Poesia.

(Valentina Proietti Muzi “Il mondo che fa per me” pp. 70, 12 euro, Amos edizioni 2020)
(Bernardo Pacini “Fly mode” pp. 104 pagine, 12 euro Amos edizioni 2020)

 

 

 

 

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Clouds 2

di Marina Legovini

 

 

 

 

Ti racconto ————————-

Mentre a me piace stare qui

Giulia Zorat, “Il sapore delle parole inaspettate”

di Antonello Bifulco e Vieri Peroncini (Nessun Giorno Sia Senza Poesia)

 

Cinque personaggi: di età che vanno dall’infanzia alla terza, uomini e donne, italiani e francesi, con una vita davanti o con un bagaglio sulle spalle, tutti che interagiscono, si perdono e si ritrovano, in una sequenza di Effetti Farfalla che si intrecciano. Non sembra certamente un materiale da romanzo d’esordio, ché le opere prime sovente sono lineari, in prima persona e ad una voce sola, e non polifoniche.
Se a questo aggiungiamo la giovane età dell’autrice, ancora negli -enta e per giunta parecchio lontana dagli -anta, non si può non provare ammirazione per “Il sapore delle parole inaspettate”, primo romanzo di Giulia Zorat. La quale, a dispetto di un’anagrafica inesperienza, si destreggia con maestria con tutto quanto abbiamo elencato sopra, e di più.
Con una scrittura che non è prosodica, ma nondimeno non trascura gli afflati poetici, ancorché “spontanei” e non ricercati ad ogni costo, Giulia Zorat si destreggia tra tematiche importanti: la fine ed il fine dell’esistenza, gli sbagli esistenziali di gioventù, le seconde occasioni, i lutti e la loro elaborazione, il riequilibrio della propria esistenza. E naturalmente l’amore, com’è anche logico che sia per un romanzo che è ambientato a Parigi.
Giulia Zorat alterna i registri: quello diaristico, oltretutto relativamente ad un decenne, quello giornalistico, quello dialogico formale e colloquiale, il monologo interiore. Così facendo, esplora il rapporto quasi simbiotico tra gli anziani Jacques e Josephine, che va ad intersecare la vita dell’italiana Irene, alla ricerca di una nuova chance di vita dopo essersi lasciata tutto alle spalle; lo sguardo di Enea, figlio di Irene, sul mondo ancora in larga parte incomprensibile, ma filtrato comunque attraverso una vena poetica connaturata; ed infine Francois, alla ricerca di un nuovo motivo per scuotersi di dosso il gelo di un’esistenza senza più stimoli.
A rendere ancora più dolcemente malinconica un’atmosfera parigina, la scenografia di una piccola pasticceria in cui entrano in scena i cinque personaggi in cerca d’autrice, e dalla pasticceria nascono i mots du chocolat, un dolce che contiene, letteralmente, parole inaspettate.
Giulia Zorat, trentenne aquileiese riesce a gestire tutto questo materiale (e perfino la ricetta dei mots du chocolat), risultando credibile sia nelle descrizioni d’ambiente che in quelle, ben più difficili, di personaggi vari e variegati. Nel romanzo, aleggia ovunque un visibile amore dell’autrice per la parola, che pare avere un potere vivificante e salvifico: certamente è possibile intuirlo fin dal titolo, o dall’escamotage appunto dei mots du chocolat; ma dal resto – da tutto il resto – che si evince la visione quasi fideistica del potere della parola che, scavando indagando svelando, permette il recupero della propria esistenza, di ogni esistenza. D’altronde, “Il sapore delle parole inaspettate” è anche un romanzo di formazione: il che, visto tutto quanto sopra, è davvero peculiare, poiché il filtro di detta formazione è per l’appunto la parola, che però i personaggi vivono in misura e modi diversi. Certamente questo vale soprattutto per Irene e Francois, comunque, che escono – devono uscire – dalla storia formati e trasformati rispetto al dato di partenza.
“Il sapore delle parole inaspettate” si è guadagnato la pubblicazione giungendo nel novero dei dieci finalisti al concorso nazionale di scrittura Io Scrittore, su un lotto di oltre 4000 partecipanti, dando dimensione concreta alla passione di Giulia Zorat per la scrittura e consegnandoci una nuova voce nel panorama mai sufficientemente ampio degli scrittori di valore, sinceri nel loro rapporto con la scrittura.

 

Dal libro:

“Resto qui ancora un po’. Cammino tra le lapidi e la calma mi pervade. Certi posti sono come enormi contenitori di silenzio. Sorgono dove meno te lo aspetti, nel cuore della città, e nascondono tutta la quiete scacciata dai clacson impazziti all’ora di punta. Alcuni si sentono a disagio nei cimiteri, mentre a me piace stare qui. Metà delle persone che ho conosciuto, amato e odiato sono qui.”

*

“Parigi è un posto difficile in cui essere madri, ma lo è anche per non esserlo, è uno di quei luoghi dove puoi avere tutto senza avere niente, dove qualsiasi cosa è a portata di mano, ma puoi non afferrare ciò che ti è davvero necessario. È una città dove non sei mai sola, eppure ti ci senti e allora diventa fondamentale avere un legame per sopravvivere qui, uno di quei legami primordiali che nascono in un posto lontano molto simile a quello da cui proviene la vita e ti accompagnano ovunque. Un legame intimo e imprescindibile, costruito sulla gestualità e sugli sguardi in una città in cui non servono parole, perché tutto intorno fa già troppo rumore.”

*

“Ho imparato che più cose sai e più cose ti domandi e che, per quanto un no possa studiare, ci sono cose della vita per cui non sarà mai preparato e a cui non troverà mai una risposta. Ho imparato anche che, a volte, rinunciare a qualcosa o a qualcuno, non ti rende per forza un perdente e che bisogna accettare il fatto che alcune cose sono incomprensibili, come il dolore degli altri, per esempio. Ho imparato tantissime altre cose nella mia infanzia, talmente tante che forse non ho imparato l’unica cosa che dovevo imparare sul serio: a comportarmi come un bambino.”

 

Intervista a Giulia Zorat

“Parigi è una città spietata, ricorda una di quelle donne piene di fascino che sanno giocare bene le proprie carte, che prima ti conquistano e poi, quando ti hanno sedotto, cominciano a fare i capricci”. Così, nel tuo “Il sapore delle parole inaspettate”, descrivi Parigi. Le tue parole richiamano la magia, la bellezza, il mistero e la poesia di una metropoli che da sempre incanta gli innamorati. Quale la magia che ti ha condotto a scrivere una storia a Parigi e perché la scelta di quella precisa periferia parigina?
Ho scritto “Il sapore delle parole inaspettate” quasi dieci anni fa, mentre abitavo a Parigi. Anche se pagina dopo pagina incontriamo i luoghi più caratteristici della Ville Lumière, gran parte della vicenda si svolge nel decimo arrondissement, il quartiere dove ho vissuto.
È una Parigi molto diversa dall’immaginario collettivo, meno glamour e stereotipata e più umana e quotidiana. Per me era fondamentale riuscire a rappresentare la vera anima della città. Quando arrivi a Parigi, sei soprattutto sedotto dalla sua innegabile bellezza, ma se hai occasione di passarci del tempo, ti accorgi che è più complessa di come appare. Quando ci vivi, ti mette continuamente alla prova con la sua frenesia e le sue contraddizioni, ma se sai pazientare, ti ripaga mostrandoti il suo lato più magico.

Cinque personaggi; tre maschi, due femmine; due anziani, due maturi, un bambino; un’italiana e mezzo, e tre francesi. Il tutto per una storia in cui si intersecano le loro vite, su piani temporali e parzialmente anche spaziali diversi, indubbiamente un materiale inconsueto per un romanzo d’esordio: da dove nasce questo intreccio?
Descritto così, sembra quasi l’inizio di una barzelletta! In realtà, tutto è partito da Jacques e sarebbe potuto finire con lui. Scegliere di narrare la vicenda da un unico punto di vista sarebbe stato sicuramente più facile, ma siccome a me piacciono le sfide e amo analizzare le cose da angolazioni diverse, ben presto ho capito che un romanzo corale sarebbe stata la scelta più stimolante.
Così sono nati i quattro punti di vista che ritroviamo nel romanzo. Per Jacques, Enea e Irene ho scelto il narratore interno. Mi sono calata nei loro panni e ho cercato di portare a galla la loro voce. Ciascuno ci racconta la vicenda in prima persona: Jacques attraverso delle lettere indirizzate alla moglie defunta, Enea attraverso il suo diario, Irene in una sorta di flusso di coscienza. Per François, invece ho voluto un narratore esterno. Mi piaceva l’idea di inserire un filtro all’interno del testo.

“Il sapore delle parole inaspettate”: quale sapore hanno esattamente queste parole, a parte di cioccolato? Ossia, qual è il valore della parola, soprattutto in un momento culturale in cui la ridondanza sembra aver preso piede a scapito della profondità, il significante a scapito del significato?
“Il sapore delle parole inaspettate” è un romanzo in cui le parole sono le vere protagoniste: quelle scritte in una lettera, in un diario, in un messaggio nascosto o in un annuncio su un giornale. È una scelta voluta, per tornare a ricordare la forza dirompente delle parole e del linguaggio. Uno strumento potentissimo che ci consente di comunicare con gli altri, da dosare sapientemente, che arriva lontano e che può persino cambiare delle vite.

Alfio Squillaci dice che “Il romanziere può piazzare quasi una telecamera dentro il suo personaggio e darci anche i suoi pensieri più profondi e nascosti: privilegio che ci viene negato nella vita di tutti i giorni”. Nel tuo romanzo penso tu sia riuscita a fare questo, sei riuscita ad entrare nei personaggi donandoci la loro intensità. Ma Giulia Zorat in quale di questi personaggi si riconosce di più e perché? E poi sono tutti personaggi di finzione o in alcuni di essi hai preso spunto dalla tua quotidianità?
Ti ringrazio, per me è un grande complimento. Costruire e caratterizzare dei personaggi che fossero allo stesso tempo realistici e intensi era tra i miei obiettivi principali. Credo che da scrittrice, soprattutto esordiente, sia impossibile discostarsi del tutto dai propri personaggi, ma allo stesso tempo è importante mantenersi distaccati e ricordarsi di pensare e agire in modo coerente, cioè come farebbero loro e non come faresti tu.
Ovviamente, all’interno del testo ci sono anche degli elementi riconducibili alla mia esperienza personale, ma sono molto limitati proprio perché volevo evitare di essere troppo presente e uniformare i punti di vista. Detto questo, una dei protagonisti, Irene, è una ragazza italiana che lascia il proprio paese d’origine per emigrare a Parigi e crescere da sola il proprio figlio. Non abbiamo nulla in comune, a parte l’esperienza di trasferirsi in una città straniera. Le pagine in cui Irene racconta della difficoltà di trovare un appartamento in centro, imparare il francese, adattarsi a una città che si rivela così diversa da come i libri e i film gliel’avevano fatta immaginare e poi lo stupore di scoprirne il lato più magico, sono autobiografiche.

Domanda classica che si fa di solito ad una prima pubblicazione, in questo caso, tra l’altro, ad una pubblicazione che ha avuto una lunghissima gestazione: quali gli autori che hanno influenzato la tua vita, quali sono quelli che ti hanno dato lo spunto per questo libro e come mai questo lungo travaglio per dare alla luce il tuo romanzo?
Fin da bambina sono sempre stata una lettrice accanita. Ecco perché sono probabilmente tanti gli scrittori che mi hanno influenzato anche indirettamente. Tra i miei preferiti, Italo Calvino per la sperimentazione letteraria e la dimensione fiabesca. Per quanto riguarda la gestazione del mio romanzo d’esordio, in realtà la stesura in sé non è stata travagliata. L’aspetto più difficile è stato convincermi a mettermi in gioco.
Ho scritto “Il sapore delle parole inaspettate” a vent’anni, quando la pubblicazione mi sembrava un traguardo irraggiungibile. Così mi sono concentrata su altri obiettivi: la laurea, il lavoro, ma in qualche modo il sogno della scrittura è rimasto vivo. Da lì, a distanza di quasi dieci anni, la decisione di mettermi finalmente in gioco e iscrivermi al torneo letterario Io Scrittore organizzato dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Non avrei nemmeno mai pensato di arrivare in finale e invece mi sono classificata tra i vincitori.

Qualcuno ha detto che “L’immaginazione è l’eco vagante che solo un poeta può imprigionare nella rete di un verso”. Leggendo questo libro abbiamo sottolineato e potuto godere di molti versi che avvicinano alla poesia, quale la tua relazione con la poesia e quali i poeti che possono aver toccato le tue corde?
Ti ringrazio molto per aver accostato la mia prosa alla poesia. È un genere letterario con cui non mi sono mai davvero misurata da autrice, ma che amo in qualità di lettrice. Tra gli autori italiani che apprezzo maggiormente: Montale, Merini, Sanguineti. Tra gli stranieri: Walt Whitman, Edward Estlin Cummings, Wystan Hugh Auden, Wisława Szymborska, Jacques Prévert, Yves Bonnefoy.

Dopo un esordio importante, cosa segue? Quali sono i tuoi progetti di scrittura per il futuro?
Mi piacerebbe scrivere un libro che rispecchi la mia visione adulta della vita. Per ora c’è un’idea per un secondo romanzo, ma non ne ho ancora cominciato la stesura. L’unica certezza è che stavolta non voglio aspettare 10 anni prima di pubblicarlo.

 

L’autrice:
Giulia Zorat è laureata in Giurisprudenza, ma non fa l’avvocato. Lavora nel settore della comunicazione digitale.
Ha scritto articoli per Vogue Italia e Sul romanzo e racconti per Tuffi Rivista, Locomotiv e Tre racconti. Nel 2018, il suo racconto ‘La balena 52-hertz’ è stato pubblicato all’interno dell’ebook “Storie di scuola”, edito da Giunti Scuola.
Ha vissuto in diverse città, ma Parigi è quella che le è rimasta più nel cuore, ispirando il suo primo romanzo.

(Giulia Zorat “Il sapore delle parole inaspettate” pp. 129, 15 euro, Gruppo editoriale Mauri Spagnol 2020)

 

 

 

 

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Crepuscolo in laguna

di Marina Legovini

 

Intervista a Marina Legovini:

di Giovanni Fierro

Questo tuo più recente percorso artistico mette in assoluto primo piano la natura. Cosa c’è alla base di questa importante scelta?
Posso dire che è stato un bisogno ‘mentale’ quello di cambiare rotta. Fino a qualche anno fa, la figura era il soggetto preferito per il mio lavoro I quadri a olio rispecchiavano, oltre alle inquietudini di uno stato d’animo, anche l’accrescere della violenza nel vivere quotidiano.
Il ciclo dei ‘decollati’ ne era la testimonianza, ma i fatti conseguenti di cronaca mi hanno indotto ad abbandonare questo argomento, quasi per necessità; per le preoccupazioni del nostro tempo che ci fa sentire vacui e disorientati.
Poi, l’incontro predestinato con un giardino goriziano, dopo una serie di acquerelli en plein air lungo le sponde dell’Isonzo sloveno e del Bacia, mi ha aperto un mondo di bellezza, di colori, del mutar repentino della luce, di abbagli e poesia del luogo.
Ho iniziato a dipingere appagata questo nuovo ciclo di opere, attingendo a piene mani dalla natura. Ma più che una rappresentazione della stessa, dipingo quello che ho interiorizzato vedendo.
Quindi, se prima dipingevo l’esteriore, sofferente e mutilato, ispirato da situazioni che mi colpivano come gli eventi terroristici o i disagi dell’anima, ora la mia rappresentazione attinge ad un animo interiore attento e proteso alla cura.

E nello specifico, vedendo i tuoi lavori degli ultimi anni, la scelta è andata sull’uso dell’acquerello. Perché questa tecnica? Quai i motivi che la nutrono e la animano?
Non si può dipingere la natura senza averla prima interiorizzata. L’acquerello si presta molto ad appunti veloci all’aria aperta, soprattutto per catturarne la luce e i colori.
Poi è necessario il lavoro di approfondimento in studio, e visti i risultati ho deciso di studiare questa tecnica, così affine al mio modo di dipingere anche a olio.

Poi, nel tuo fare arte più recente, ti stai dedicando di più proprio alla pittura ad olio. Avevi il bisogno di trovare nuove forme di espressione? E in quale modo si mette in confronto con la produzione delle trasparenze degli acquerelli?
L’una nutre l’altra, ma non solo. La ricerca di nuove forme di espressione, anche attraverso linguaggi e tecniche diverse, fa parte del mio percorso artistico. Sono stata artigiana ceramista, poi di seguito agli studi veneziani ho lavorato come incisore calcografico, per poi aprire una mia bottega d’arte.
Quindi le tecniche acquisite nel tempo, finiscono per sedimentarsi in quelle nuove.
Ritrovo nell’acquerello lo scorrere delle cristalline colorate sulla superficie ceramica che lasciano trasparire lievemente il colore rossastro dell’argilla, e nei graffi sulla carta il lavorio della tecnica incisoria.

Ad ogni modo, in questi tuoi quadri in cui la natura è protagonista, non c’è mai una presenza umana. Perché? E difatti in passato avevi sviluppato una tua personale ricerca sul corpo umano….
Abito vicino alla laguna e il mutar repentino della luce in tutte le sue stagioni mi ha riempito gli occhi di luce e suggestioni molto intime. Ho ritrovato nella natura un tesoro del quale dobbiamo essere grati e che dobbiamo imparare a custodire e a difendere, contro le logiche del profitto immediato.
Per me ora è importate suscitare, in chi guarda il mio lavoro, un qualsiasi sentimento, una reazione, nello stato d’animo per il quale la presenza umana è l’interlocutore stesso.

Nel loro silenzio, tutti i lavori qui proposti sembrano nascondere un qualcosa, una loro possibile verità, che a parole non si può esprimere. È forse questa la tensione che li rende così intensi?
Infatti è proprio così, il mio lavoro diventa parte di chi lo guarda. Sete di bellezza, fastidio, inquietudine sono la tensione necessaria affinché un lavoro funzioni.

L’impressione è anche che siano tutti lavori che hanno radice nel presente, che non rievocano un qualcosa che è appartenuto al passato (una sensazione, un sentimento, un ricordo…), ma che invece creano un qualcosa che sta succedendo ora, qui…. può essere (anche) così?
Forse ad una prima impressione, ma il passato è parte del mio presente. Spesso nel mio fare mi accorgo che già avevo lavorato così.
Addirittura, quando frequentavo l’Istituto d’arte a Gorizia, buona parte dei miei bozzetti erano cieli, mare e paesaggi, realizzati solo per campiture a tempera molto diluita.
All’epoca non riuscivo a fare di meglio, non ero padrona della tecnica e ho perduto la strada. Ma questo è un altro discorso! Sul perché ancora oggi la pittura ad olio è superiore all’acquerello e non viene insegnata neppure nelle accademie.
Ecco che forse si spiega meglio il mio lavoro, e quello che sto cercando di fare; ovvero una fusione fra le due tecniche. L’acquerello arriva fino a dove ho bisogno dell’olio e viceversa.
In questo senso hai ragione, un qualcosa sta succedendo ora, qui…
Dipingo i miei cieli e ritrovo la storia dell’umanità, immaginata come delle nuvole nate distanti fra loro, ma con il bisogno di riunirsi, accavallarsi, distruggersi e ricominciare di nuovo in un moto perpetuo, alla ricerca di una verità che sarà vera fin tanto che non ne prevarrà un’altra.
Le certezze di un paio di mesi fa non sono le verità di oggi.

Pur nelle trasparenze e negli incontri e mescolamenti, nelle tonalità e nelle sfumature, alla base di questi quadri c’è l’uso di pochi e definiti colori. È una scelta che sta alla base del tuo creare?
Si, la mia tavolozza predilige alcuni colori più di altri. Ma, ad esempio, lavoro con una dozzina di colori fra blu e azzurri, almeno sei tipi di giallo e poi alcuni verdi, terre… ognuno di questi ha un nome meraviglioso, a seconda delle case produttrici, e io non resisto a non acquistarli tutti!

In particolare, nelle immagini di mare e di laghi, la trasparenza dell’acqua è sempre una profondità che sta in sospensione, ma che non è mai leggerezza. Ma è quasi una dimensione temporale, un invito ad immergersi. E i cieli sono sempre l’increspatura e l’incrinatura di un temporale, di un brutto tempo che si è acceso. Cosa ne pensi di questa lettura?
Penso che sia proprio così! Quale fascino può avere un cielo terso? È così bello che lascia indifferenti.
Da bambina abitavo all’ultimo piano di una palazzina con le finestre rivolte al tramonto, puoi solo immaginare quanto di questo mi sia rimasto dentro negli occhi.
Una nuvola sfrangiata, quale presagio di un temporale in arrivo, ancora oggi mi scuote l’animo. Ho bisogno di dipingere non quel cielo, ma il mio cielo, il mio paesaggio.
Il colore si espande, l’acqua lo trasporta, il pennello lo guida come fa l’argine con il torrente, ecco si espande, lo lascio andare, lavora con me, lo tiro a guinzaglio, lo voglio ubbidiente, sfugge, lo trattengo, oddio ma è questo che volevo?
È il momento dell’attesa, quello più difficile, la tentazione di ritoccare ancora, è forte, ma devo trattenermi, per dare modo all’acqua o all’acquaragia di completare il mio lavoro, ed ecco che appare, bello, gratificante, nell’emozione di qualcos’altro, forse più bello di come l’avevo pensato.

 

L’artista:
Marina Legovini è nata a Monfalcone (Gorizia) nel 1959. Si diploma alla Scuola d’Arte Max Fabiani di Gorizia nel 1978 e fonda la cooperativa di ceramica “La Felce”.
Dal 1984 frequenta e lavora presso la Scuola Internazionale di Grafica a Venezia. Nel 1989 apre la bottega d’arte “Creattività” ed entra a far parte del consorzio regionale per la valorizzazione dell’artigianato artistico del Friuli Venezia Giulia nel mondo.
Partecipa a mostre internazionali a Roma, Parigi, San Paolo del Brasile. Con l’opera “Melusina” si qualifica al Concorso internazionale “l’Oggetto neoeclettico” Verona “Abitare il tempo” 1993.
Collabora a Milano con l’architetto La Pietra per il progetto “Miramare”.
Dal 2000 si dedica alle mostre a tema e dal 2011 è presidente dell’Associazione Culturale “La Corte dell’Arte – Spazio Alba Gurtner” dove tiene i laboratori artistici di pittura ceramica e incisione calcografica.
Partecipa attivamente a workshop e concorsi d’arte, dove la sua opera viene selezionata e pubblicata al “Premio Ora“ 2011 e 2012 . Premio per opera su carta extempore Pirano 2017.
Nei tempi più recenti continua ad esporre i suoi lavori e a tenere laboratori artistici.

www.marinalegovini.it

I suoi lavori qui proposti:

“Nel ciel che più della sua luce prende”
acquerello 2020
“Da qualche parte in laguna”
acquerello 2020
“Lago del Cornino”
olio e foglia d’argento 2020
“Clouds 3”
olio e foglia d’argento 2020
“Temporale”
acquerello 2020
“Riflessi nel laghetto di un giardino goriziano”
acquerello 2020
“Clouds 2”
olio e foglia d’argento 2020
“Crepuscolo in laguna”
acquerello 2017

 

 

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Roberto Lamantea, Salvatore Cutrupi, Ilaria Battista, Livio Caruso.

ospiti: Vieri Peroncini, Antonello Bifulco