Fare Voci giugno 2024

Fare Voci” continua a muoversi, nel desiderio di trovare sempre nuove scritture, rinnovati sguardi, sorpresi ascolti e imprevedibili gesti.
Così il panorama mensile trova profondità ed ampiezza, indica lontananze e vicinanze.

Ad iniziare da Francesco Sassetto e la sua raccolta poetica “Discanto”, schietta ed assoluta biografia dei nostri giorni quotidiani, a cui aggiungere i testi inediti in italiano della poetessa slovena Meta Blagšič.

Il narrare è sempre un portare in evidenza il vissuto umano, e Davide Bregola lo fa in modo attento e coinvolgente con il suo racconto inedito “Puntini”.

La poesia è anche nel nuovo libro di Matteo GhirardiNulla apparente”, dove la natura è riferimento importante, e in “Tresor” di Giulia Martini, che si colloca sui Margini. Di poesia ed altro.

Tornare a rileggere i testi di Elvira Sastre, contenuti nel suo “La solitudine di un corpo abituato alla ferita”, è ritornare nella sua intensità espressiva, e grazie a Fabio Dainotti abbiamo l’opportunità di un nuovo sguardo su una delle migliori uscite poetiche di quest’ultimo anno: “Arte della navigazione notturna” di Adriana Gloria Marigo.

Inediti anche i sei testi qui proposti di Lucio Zaniboni, “Ho navigato per allontanarmi dalla voce”.
E le immagini sono i lavori pittorici di Stefano Ornella, con il suo progetto “Incarnare la luce”.
Con grande piacere portiamo attenzione alle Lezioni al Collège de France di Predrag Matvejević, contenute nel suo “Il Mediterraneo e l’Europa”, libro necessario….

Buona lettura

Giovanni Fierro

(la nostra mail è farevoci@gmail.com)

 

 

 

Immagini       ————————–

Etimasia 2

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

 

Voce d’autore        ———————–

E gnanca ti te giri   E nemmeno ti volti

Francesco Sassetto, “Discanto”

di Giovanni Fierro

Non fa sconti Francesco Sassetto, non li ha mai fatti. E la sua poesia è il reale che si mostra, il suo testimoniare tempo e presenza della nostra società. Sempre.
Con “Discanto”, il suo nuovo lavoro, non arretra di un millimetro in questo suo schierarsi dalla parte dello sguardo attento ed acceso.
Ed è proprio il guardare il gesto necessario per dare significato al cosa vedere. In un paesaggio contemporaneo che fa della nostra società una realtà in difficoltà, incapace di rinnovarsi, arresa all’involuzione, violenta nell’esprimersi.
“Discanto” allora diventa il luogo per narrare tutto questo, da quel punto di osservazione così speciale che è Venezia, la città di Francesco Sassetto.
Il fumo delle ciminiere lontane di Porto Marghera/ nuvole di ossidi e idrocarburi dalle forme strane/ come le cose passate che lasciano addosso un’ombra/ di rimpianto e bocca amara e non sai cosa sono/ né cosa sono state”, ed è un’atmosfera che diventa simbolo del nostro presente, nella carenza di punti di riferimento che si fa sempre più importante e lacerante; in questo nostro rimanere dove la mancanza di una figura come Pier Paolo Pasolini è sempre di più una voragine in cui scomparire: “tu contro tutti, le interviste in bianconero alla tivu/ spiegavi che sviluppo non è uguale a progresso/ il primo ha travolto tutto/ l’altro oggi è sparito”.
A cui si può aggiungere che “Vince la scuola delle competenze, del saper fare, obbediente/ alle richieste del Mercato, le esigenze della produzione”. E in tutto questo come si colloca il fare poesia? Francesco Sassetto lo mette al servizio della propria indignazione di fronte a questa società in disuso, dove il senso della comunità è sempre più precario, sempre più svilito. E il tempo di una stagione suona già come una condanna: “Nessuna pace per queste vite sbranate a primavera”.
In quel prisma di bellezza che è Venezia tutto questo si manifesta in modo ancor più violento, perché “co e case se svóda e cresse a grumi B&B/ e botéghe de porcàe made in Venice/ e tuto xe bìsness e Venessia un bazàr/ che strénze el cuor” (quando le case si svuotano e crescono a grumi B&B/ e negozietti di porcherie made in Venice/ e tutto è business e Venezia un bazar/ che stringe il cuore”).
In “Discanto” il dialetto di Francesco Sassetto si muove in profondità, riconosce e dà voce ad un tempo perduto che diventa tempo sospeso, dove si può respirare ancora, in un sapore più che in un ricordo. Dove la malinconia ti fa mordere le labbra, te le fa anche sanguinare, ma ti tiene ancorato a quelle verità che hai potuto vivere, che sono la tua carta d’identità, che possono ancora essere una certezza che non si consuma. Anche solo per dire che “Ti me torni in testa ogni tanto come ´na mosca/ che rùza e gira intorno ma xe un puntìn/ de łuse cussì sfogà e łontàn che no so/ se xe vero o me ło so insognà” (“Mi ritorni in mente ogni tanto come una mosca/ che ronza e vola attorno ma è un puntino/ di luce così sfocato e lontano che non so/ se sia vero o se l’ho sognato”).
Ed è il dialetto il luogo dello svelamento di sé, il momento dove Sassetto non ha bisogno di usare alcuna difesa, dove l’essere si fa più ampio e più vulnerabile. Dove è possibile scrivere “E far ł ’amor gèra dirse ł’amor” (“E fare l’amore era dirsi l’amore”).
Perché il vivere è anche trovare la precisione di un’ora della notte, in quella possibilità di esistenza in cui avere ancora fiducia: “ore 22.30// La notte adesso ci è quasi addosso, il vino l’abbiamo bevuto/ la vita pure, la serranda del bar è abbassata e fuori fa freddo/ ci possiamo sentire domani adesso è tutto vuoto e nera/ la strada, solo i tuoi occhi un bagliore e poi chissà”.
Tutto questo suo scrivere ha bisogno di farsi spazio nel buio contemporaneo, nell’ombra che sempre di più ci appartiene, nella quale siamo invischiati, che lo si voglia o no; e allora è utile anche custodire quella chiarezza della propria prima nuova età, “mi dici/ che eravamo giovani allora e da giovani tutto/ è di luce e forse è così e nulla è dato sapere/ di ciò che poi non è stato”.
Tre sono i capitoli lungo i quali il libro si muove e si mostra. Si fa leggere con l’invito alla partecipazione, al dichiarare in modo netto ed inequivocabile qual è il giusto appartenere. Anche se fa male, anche se è doloroso aprire gli occhi, credere nel proprio sguardo, nutrire le parole con la qualità di una vita che si fa sempre più fragile.
L’adesso è “Discanto”, l’adesso è Francesco Sassetto che scrive “La tua luna, Silvia, la tua luna sbagliata e l’acqua/ che ancora ti annega// ogni giorno risale”.

 

Dal libro:

E gnanca ti te giri

A vardàr ła màchina sbregàda , ł´ambułànsa
che córe via sigàndo

no ghe gèra dentro to fìo né to marìo
nissùn parente nissùn to amìgo

ti va vanti col déo a scrìvar al capo
parcòssa ti rivarà in ritardo
che no ´l te segna assente

Ti bùti un òcio – el bus fermo da mez’ora –
a quéa carcassa desfàda, ti vardi el reògio
l’autista xe tornà al vołante, fra póco
se ‘ndarà via de łà

quel grùmo de fèro schissà
no xe roba tua

E nemmeno ti volti
a guardare la macchina sfasciata l’ambulanza/ che corre a sirene spiegate//
non c’erano dentro tuo figlio né tuo marito/ nesssun parente nessun
amico// continui a scrivere al Dirigente/ il motivo del tuo ritardo/ ché
non ti segni assente.// Dai un’occhiata – l’autobus fermo da mezz’ora -/
a quella carcassa disfatta guardi l’orologio/ l’autista è tornato al
volante tra poco/ si ripartirà quel groviglio di lamiere schiacciate/
non è cosa che ti riguardi.

*

Andare tutti ad Auschwitz

perché si deve, come pagare un debito
mantenere una promessa
e raccontare ad ogni risveglio
come Primo ci ha comandato.

Respirare l‘aria dei campi, contare i passi
i sassi, i metri di filo spinato, osservare
ciò che resta delle fosse, delle baracche
del camino bestemmia contro il cielo
l‘eco dello Zyklon B.

Sapere ciò che siamo
ciò che possiamo diventare.

Perché non basta dire che abbiamo letto i libri
abbiamo visto le foto e i film, sappiamo le cataste
di ossa scarpe capelli, gli occhi perduti
del bambino braccia alzate e l’essesse
sorridente col mitra in mano, conosciamo
le parole pacate di Eichmann ad illustrare
le tappe della soluzione finale
il suo zelo di soldato obbediente
agli ordini da eseguire.

Bisogna andare prima che Auschwitz si faccia
leggenda dell‘orrore
pagina di storia

Giornata della Memoria

un errore da errore da dimenticare.

*

stasera xe ´na sera che se podarìa
´ndàr fóra e trovàr ´na fìa
e stàr insieme a parlàr in una łama de łuse.

E fermarla e tegnìrla par man, saréssimo in do
a caminàr prima che tuto sparìssa nel scuro.

Mi vado anca stanòte e camìno ancora
e vòio farla tuta ´sta strada
fin in fondo

fin dove che ła càe se destùa.

stasera è una sera in cui si potrebbe/ uscire e trovare una donna/
e stare assieme a parlare in una lama di luce.// E fermarla e tenerla
per mano, saremmo in due/ a camminare prima che tutto sparisca
nel buio.// Io vado anche stanotte e cammino ancora/ e voglio farla
tutta questa strada/ fino in fondo// fino a dove la calle si spegne.

*

Lettera a mia madre

Il muro d’ombra è caduto otto anni fa e l’ombra
Si è fatta più fitta non hai avuto un sorriso
ma le labbra serrate del soldato che riceve
la cartolina e deve andare.

Ti scrivo in italiano lo vedi perché il dialetto era là
in cucina sulla tua sedia impagliata dove guardavi
per ore da sola la televisione e sull’altra appoggiavi
le gambe a riposare le vene varicose
tra le patate da lessare i tuoi occhiali appannati
la tazza con le caramelle alla menta.

Era nei tuoi ansiosi ˝come ti sta?˝, ˝dove ti va?˝
le mie risposte buttate là, vorrei fare adesso
a te le stesse domande ma è tanta la paura
del tuo silenzio.
Ripenso alle tue madonnine
con l’acqua santa gettate
dopo
nella spazzatura.

Non sono servite a te.
Non servono a me.

Qui è tutto un calpestìo di nebbia di roba da lavare,
conti da fare, crepe e silenzi, ricordi sbiaditi.

E fra tutto l’amore che manca sei forse tu
la più grande assente.

 

Intervista a Francesco Sassetto:

Lo sguardo che anima il tuo nuovo libro non si permette alcuna futile leggerezza. È un invito al bisogno di stare nel nervo delle cose?
Già il titolo di questa raccolta – mutuato dalla canzone “Discanto” del 1990 di Ivano Fossati – vuole comunicare il mio punto di vista e i miei sentimenti nei confronti del tempo in cui vivo, segnato da una “decadenza” (ancora Fossati e il suo ultimo lavoro-concerto, “La Decadenza”) politica, sociale, culturale, un’epoca attraversata dall’indifferenza, l’abulìa, la solitudine.
Anche la lingua italiana si è impoverita e “rattrappita” trasformandosi sempre più in una nuova terrificante koinè che impasta un italiano basico, anglicismi a iosa, espressioni gergali e gruppali.
Stare “nel nervo delle cose” è, per me, inevitabile e necessario, scaturisce dall’osservazione della misera realtà quotidiana: la civitas mi appare polverizzata in una miriade di monadi, schegge distanti, egoiste e diffidenti.
Da qui il desiderio e il bisogno di “raccontare” aspetti e momenti di questo tempo disastrato con versi in cui non c’è certo alcuna “leggerezza”, casomai un senso di stanchezza e impotenza, un’aria di disfatta.

La società che racconti ed analizzi, è una società che si è arresa o che, semplicemente, è finita?
Credo che una “vecchia” società – in cui sono cresciuto – sia decisamente finita. Si respira un’atmosfera – e non penso di esagerare – da “fine impero”, è in atto un cambiamento epocale che risente anche di una gravissima assenza di punti di riferimento, di Guide e Padri ormai scomparsi insieme ai valori che incarnavano, dissolto ogni sentimento autentico di appartenenza, solidarietà e civiltà.
Manuel Cohen, nella generosa prefazione, scrive che la prima sezione del libro può essere considerata “una zoomata micidiale sull’Italietta ridotta a parodia triste e tragicomica di sé stessa”. Qui i misteri mai risolti della strategia della tensione, quella zona buia che ha punteggiato tristemente tanta parte della storia d’Italia dell’ultimo mezzo secolo e condizionato drammaticamente il tempo presente.
È una parte che ricorda momenti della storia italiana recente e meno anche per insistere sulla necessità di ribadire una memoria storica che rischia di perdersi. In queste poesie preferisco usare l’italiano, per ragioni di incisività “logica”, qui prevale la ratio, l’incazzatura e il giudizio nell’additare comportamenti deteriori di molti italiani, improntati ad opportunismo, ipocrisia, tornaconto personale quando non decisamente criminali.

In tutto questo smarrimento collettivo sembra che solo le donne siano rimaste come punto di riferimento. E a loro dedichi un intenso capitolo del libro. È così? E quale il peso di cui si stanno facendo carico?
Ho voluto dedicare un’attenzione privilegiata alle vicende vissute da donne incontrate e conosciute nel corso degli anni, alle loro vite ferite da sofferenze, abbandoni, solitudini, nel desiderio di “commuovere” – in senso etimologico – il lettore, risvegliarne un’emozione e una pietas, una capacità di comprensione e partecipazione troppo spesso assopita e distratta.
Penso che oggi le donne continuino a pagare il prezzo di un’incultura arcaica che si sperava superata, di un Potere (in ogni settore, società, lavoro, famiglia) ancora maschile e maschilista, forse meno visibile ma pervasivo di tanti momenti della vita sociale, come mostrano i purtroppo sempre più frequenti episodi di violenza psicologica e fisica nei loro confronti che sfociano sempre più spesso in tragedie.

In tutto il libro si vive uno scollamento emotivo, fra ciò che è diventata la società e il proprio stare al mondo. E il tuo reagire a tutto ciò è forse nel mettere nello stesso testo l’uso dell’italiano e l’uso del dialetto. Quasi a costruire nello stesso momento una vicinanza più forte con te stesso e con la società, nonostante tutto… Nel tuo scrivere precedente questo non si avvertiva. Cos’è successo?
Nell’alternanza di italiano e dialetto vi è, innanzitutto, il recupero di una mia appartenenza, linguistica, culturale e sociale.
La mescidanza di italiano e dialetto, lo “scivolamento” dall’italiano al dialetto credo sia un carattere specifico di questi testi dove anche il linguaggio è il compimento della storia, diventa sermo humilis nella riflessione intima o nei flash di parlato, corrisponde alla vicinanza degli eventi nei particolari che vengono messi in rilievo oppure alla loro lontananza nel rarefarsi di alcuni contorni e dello sfondo.
Direi che il dialetto è spesso “richiesto” dal testo stesso, riporta come un referto clinico, la verità di situazioni e immagini, costruendone il milieu più autentico e concreto.
Il dialetto diventa così uno strumento espressivo dotato di vigore semantico e metaforico, una capacità privilegiata di esprimere in profondità fatti e sentimenti, in una varietà tonale che spazia dal realismo più crudo alla suggestione malinconica.

In “Discanto” c’è una costante percezione di una malinconia che costruisce uno spazio importante. E la chiara sensazione che sia l’appartenenza ad un tempo perduto che diventa poi tempo sospeso, dove si può stare ancora, in un sapore più che in un ricordo. Può essere così?
Il senso-sentimento di “stanchezza” domina e attraversa la raccolta (centrale, in questo senso, la poesia “I ne ga ciapà par stanchéssa”, pagina 41), fondendo le varie componenti tematiche come pure l’appartenenza di molti testi alla cosiddetta “poesia civile”, nel senso indicato da Stefano Valentini quale poesia di rapporto e relazione reale e quotidiana, non solamente con se stessi ma soprattutto con gli altri.
Il libro cerca di denudare quella sorta di anestesia collettiva della sensibilità che impregna l’aria stessa che respiriamo. Quindi è innegabile vi sia una dimensione malinconica intesa non come sterile rimpianto di un “tempo perduto” (per carità!) ma come riferimento ed aggancio ad una memoria – personale e collettiva – cui attingere quale strumento di indagine e di comprensione del presente, una memoria attiva che alimenta una mia visione del mondo in netta opposizione al presente.

Affidare alla parola poetica tutto questo, cosa significa?
Penso che i poeti abbiano il dovere morale di indicare le storture, i mali del tempo in cui vivono, farne materia dei loro versi, in una volontà di re-azione, di resistenza che, se non cambia il presente, genera forse consapevolezza, risveglia coscienze assopite, spinge all’emozione e forse alla riflessione.
La parola poetica deve essere animata da un dolente e risentito senso di umanità che sappia abbracciare il dolore degli altri, di chi soffre l’ingiustizia, la violenza, la sopraffazione. Oggi, in primis, migranti, donne e anziani.

Venezia che osservatorio sul mondo è?
Purtroppo è un ottimo osservatorio sul Paese. Mostra gran parte dei mali e del vuoto del nostro tempo. Venezia ridotta a “parco divertimenti”, ad un ipermercato dove tutto o quasi si può vendere e comprare. Una città dove conta solo il denaro, le categorie forti hanno vinto ed un turismo “mordi e fuggi” fuori da ogni controllo (decine di migliaia le “presenze” giornaliere) ma necessario ad alimentare enormi guadagni di pochi, ha assunto dimensioni distruttive. Orde di “visitatori” giungono quotidianamente, caciaroni e aggressivi, ben poco interessati a capire e godere l’affascinante Bellezza veneziana quanto a riportare a casa, in poche ore, un ricco bottino di foto e paccottiglia varia.
Grazie anche e soprattutto alla latitanza (dovuta a paura, interesse personale, un colpevole “lasciar stare”) del Governo cittadino, delle autorità preposte a vigilare ed applicare leggi e regolamenti che pure esistono. Abusivismo, illegalità, corruzione, non possono che condurre allo sfacelo umano, sociale e materiale di Venezia. Un altro segno dei tempi, feroce e forse inarrestabile.
La mia “acqua nera” di laguna credo, con amarezza, rifletta bene l’attuale temperie storica.

 

L’autore:
Francesco Sassetto risiede a Venezia dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere presso l’Università Ca’ Foscari” di Venezia.
Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano, che hanno ricevuto premi e segnalazioni.
Suoi testi sono presenti in antologie e riviste e ha pubblicato cinque raccolte di poesia: “Ad un casello impreciso” (2010), “Background” (2012), “Stranieri” (2017), “Xe sta trovarse” (2017), “Il cielo sta fuori” (2020).
Una silloge di poesie in veneziano, intitolata “Sémo fati de sogni sbregài”, è stata ospitata nel volume antologico “Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007”.
Una raccolta di testi in veneziano, intitolata “Peòci” è stata edita nel volume antologico “Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012”.
Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana.
Collabora con la rivista Graphie Trimestrale di Arte e Letteratura diretta da Marisa Zattini.

(Francesco Sassetto “Discanto” con cinque immagini di Manuele Elia Marano, prefazione di Manuele Cohen, contributi critici di Sandro Pecchiari e Monica Guerra, pp. 109, 16 euro, Arcipelago itaca 2023)

 

 

 

 

Immagini       ————————–

Orizzontale

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

Tempo presente       ———————-

Pesmi niso krive  Le poesie non hanno colpa

Tre testi inediti in italiano

di Meta Blagšič

Nisva si enaka

nisva si enaka
ko dihava
ko leživa drug ob drugem
niti ko zapiha
zabrisana v sencah
niti kot oče in mati
narisana na papirju

nisva si enaka
v nočnih lovih na kresnice
v prekopavanju vrta in
sekanju dreves
niti pri obešanju perila in
spiranju madežev
niti ko pijeva čaj
iz senenega drobirja

Non siamo uguali

non siamo uguali
quando respiriamo
quando siamo distesi uno accanto all’altra
nemmeno quando soffia
indistinguibile nelle ombre
nemmeno come padre e madre
disegnati sulla carta

non siamo uguali
nella caccia notturna alle lucciole
nella vangatura dell’orto e
nel taglio degli alberi
nemmeno stendendo il bucato e
pulendo le macchie
nemmeno quando beviamo il tè
di fieno tritato

*

Napol prisotna

napol prisotna
mimobežna
v vzporednem dnevu
sipam pesek
ga spuščam
čutim vsako zrno
tam nekje
sredi mesta
ob reki
nese me čez
mesečino opoldne
spretno se izmikam
za zastrtimi okni
spominjam se kresa
kako ista voda
teče tudi tam
s tokom
se prelivaš
v meni
skala

Presente a metà

presente a metà
di fretta
nel giorno parallelo
spargo la sabbia
la lascio andare
sento ogni granello
là da qualche parte
in mezzo alla città
lungo il fiume
mi trasporta
il chiaro di luna a mezzogiorno
abilmente mi sposto
dietro le finestre velate
ricordo il falò
come la stessa acqua
scorre anche là
con la corrente
trabocchi
in me
roccia

*

Gnezda

pesmi niso krive
da obležijo na papirju
prinesejo jih ptice iz gozda
in želve z otoka
izpod peruti
med plavutmi
posejana gnezda
polna jajc

Nidi

le poesie non hanno colpa
se rimangono sulla carta
a portarle sono uccelli dal bosco
e tartarughe dall’isola
sotto le ali
tra le pinne
nidi cosparsi
pieni di uova

(I testi qui proposti di Meta Blagšič sono stati scelti e tradotti in italiano da Michele Obit)

 

L’autrice:
Meta Blagšič (Maribor, 1979) ha concluso gli studi in bibliotecologia e sociologia della cultura alla Filozofksa fakulteta di Lubiana. Dal 2013 è impiegata presso la biblioteca di Maribor.
Nel 2023 è uscita la sua prima raccolta poetica dal titolo “Ptice si pripenjam na prsi” (“Mi appunto gli uccelli al petto”), da cui sono tratte queste tre poesie.

 

Il traduttore:
Michele Obit (1966) vive a Cividale (Udine).
Ha pubblicato le raccolte poetiche “Notte delle radici” (1988), “Per certi versi/ Po drugi strani” (1995), “Epifania del profondo / Epiphanje der Tiefe” (Austria, 2001), “Leta na oknu” (2001), “Mardeisargassi” (2004), “Quiebra-Canto” (Colombia, 2004), “Le parole nascono già sporche” (2010), “Marginalia/Marginalije” (Lubiana, 2010) e “La balena e le foglie” (2019).
Ha curato e tradotto il volume “Quel Carso felice”, antologia di poesie dell’autore sloveno Srečko Kosovel, edita da Transalpina nel 2018.
È direttore del Novi Matajur, il settimanale sloveno della provincia di Udine.
Ha tradotto in italiano i più importanti poeti sloveni della nuova generazione e le opere degli scrittori Miha Mazzini, Aleš Šteger e Boris Pahor.

 

 

 

Immagini      ————————–

Etimasia 1

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

 

Ti racconto       ———————

Puntini

Una storia inedita

di Davide Bregola

Poi un giorno mia madre disse che Paolo Panasa era andato a Verona a prendersi una ghega e ci era rimasto secco. Lì in frazione giravano spesso voci di gente morta per qualche ghega fatta male. Oppure girava voce che Clod e Pelo erano talmente fatti e talmente in astinenza da aver usato del liquido di batteria per diluire l’ero e così si erano bruciati la pelle con l’acido. Avevo visto vicino alla montagnola di terra Fichin e Risol: «Mia mamma ha detto che Paolo Panasa è morto»
«Végna an cancàr!» Avevano detto in coro.
Allora Risol insisteva affinché io e Fichin andassimo a casa sua perché dovevamo fare qualcosa. «Cosa?» gli chiedevo.
«Na roba…» rispondeva evasivo.
«Che roba?»
«Ghèm da far na roba»
«Cosa?» diceva anche Fichin.
Ma Risol non ci diceva cosa avremmo dovuto fare.
Lo seguimmo a piedi, lì in Via Cascine, ma non parlammo più. Io pensavo a Paolo Panasa che era morto per una ghega, una gran ghega a Verona. Per noi Verona era vicina. Si andava a Nogara ed era un attimo. Arrivava in paese gente in macchina, con Dyane e Citroen Squalo e la targa VR. Noi lo sapevamo che erano lì per spacciare. Verona era vicina, si andava anche in motorino o in Vesta. Avercele. Ma noi eravamo piccoli. Per cui niente. Verona era la droga.
Risol aprì la basculante del suo garage. C’era buio là dentro, ma quando gli occhi si abituarono si potevano vedere sacchi di calce accatastati agli angoli del camerone. Cumuli di sabbia. Poi puzza di umidità. Poi puzza di acquaragia. Odori a strati. Entrammo in uno sgabuzzino sul fondo. C’era un banco da lavoro di ferro, con una grossa morsa attaccata da una parte del tavolone. Sulla parete di fronte pieno di chiavi inglesi, brugole, cacciaviti di ogni foggia, c’era il calendario con una bionda, riccia, sorridente e con le tette di fuori. Era ipnotica, non riuscivo a staccare gli occhi da quei capezzoli dall’enorme areola. Sul banco Risol aveva messo uno straccio bianco.
«Avvicinatevi. Gni chi…venite»
Allungai il collo. Sullo straccio c’erano degli spilli. In un bicchiere di vetro del liquido nero.
«Quello lì è inchiostro. L’ho preso sbudellando una penna» disse Risol.
«Che facciamo?»
Fichin aveva capito all’istante che avremmo dovuto farci un tatuaggio e infatti aveva detto: «Io mi faccio i tre puntini…»

Io non mi sarei fatto nessun tatuaggio, perché a me piaceva la scritta “Cosmic” che vedevo sugli adesivi attaccati alle auto di Luigi e di Tojo. Ma era troppo complicato da fare il “Cosmic” o “Les Cigales” che vedevo sulle Charleston 2 Cavalli targate VR.
«Io invece mi faccio i cinque puntini» aveva detto Risol.
Aprì un cassetto del bancone e tirò fuori una biro. Si guardò la mano sinistra e ci disegnò sopra dei puntini, proprio tra pollice e indice, nella pelle che forma un incavo molliccio. Intinse nell’inchiostro un ago e se lo piantò nel puntino centrale. Non emise nessun suono, nessun cenno di dolore. Proseguì coi puntini ai lati, sempre imbevendo più volte l’ago nell’inchiostro e piantandoselo nella carne. Alla fine dell’operazione la mano sinistra era piena di inchiostro e non si capiva se la storia aveva funzionato. Ci guardò con aria fiera, guardò la bionda riccia sul calendario: «Che figa pelosa!» esclamò. Tirò in dentro le labbra come per simulare una specie di godimento.
«Tocca a te Fichin» disse passandogli lo spillo.
Non sembrava molto convinto: «Mi faccio i tre puntini qui» e indicò la metà tra polso e gomito. Intinse lo spillo nell’inchiostro e lo piantò in tre punti del braccio. Lo fece più volte. Quando vedemmo uscire una goccia di sangue mescolato al nero del liquido sentimmo qualcuno entrare nel garage: «Cua fév chi?» urlò il padre di Risol che entrò e iniziò a dare calci a destra e a manca. Il bicchiere d’inchiostro cadde in terra e si frantumò schizzando dappertutto. Mi arrivò sugli scarponi ortopedici e il nero dell’inchiostro sul blu scuro delle scarpe sembrava quasi la pelle di un leopardo colorato in modo innaturale. Un po’ di fragore del padre di Risol che aveva preso in mano un martello e lo picchiava sul bancone mentre muoveva le gambe in aria come un asino. Mi arrivò un calcio in culo così come arrivò a Fichin che cadde a terra ma si rialzò subito. Scappammo verso la montagnola di terra. Risol aveva la mano piena d’inchiostro, l’altro aveva il braccio sporco di nero.
Giorni dopo, quando si lavarono via la parte colata, a Fichin si erano fatte tre croste sull’avambraccio e quando le croste guarirono sparì qualsiasi segno fatto dall’ago. A Risol invece i cinque puntini rimasero ben visibili nell’incavo. Erano cinque puntini tatuati. Il suo primo tatuaggio. Il primo fatto da lui. Ne andava molto fiero, lì alla montagnola. A Ostiglia iniziarono a chiamarlo «Tatuaggio» e successivamente per tutti divenne «Tatu».
Un giorno mentre ero nell’orto ad annaffiare con la gomma rossa, stagliato in lontananza, su un falsopiano della strada tra il fosso sempre secco e la ghiaia, apparve come una specie di zombie che riconobbi subito: era Paolo Panasa. Non era affatto morto. Era solo sparito per un po’ di tempo, come faceva spesso. Barcollava con la testa ripiegata sulla spalla destra. Però era vivo. Era vivo. O almeno sembrava abbastanza vivo. Allora in suo onore mi rivolsi sulla faccia il getto della gomma dell’acqua. Aprii la bocca per bere. Mi arrivò un flutto dal gusto ferroso. Era freddissima quell’acqua e ne bevvi un bel po’ trattenendo il fiato. Per terra c’erano due lumache attaccate. Schiumavano. Rainero mi aveva detto che quelle lumache fanno danni. Mangiano le foglie di verdura. Alzai la gamba e le schiacciai col destro. Alzai il piede ed erano spappolate. Si ritrassero come gomma bruciata. Quando mi passò vicino Paolo Panasa alzai il braccio per salutarlo ma non mi cagò di striscio. Chissà se ce li aveva anche lui i cinque puntini.

 


L’autore:
Davide Bregola è nato a Bondeno, in provincia di Ferrara, e ha vissuto l’infanzia a Ostiglia (Mn) per poi andare a vivere a Sermide (Mn).
Ha esordito nell’ambiente letterario nel 1996, quando due suoi racconti (“Frenchi Fagiano è un tecnovillano” e “Gioventù sonica”) vengono pubblicati nell’antologia “Coda”, che seleziona testi di giovani scrittori sotto i 25 anni.
Nel 1999 ha pubblicato la raccolta di racconti “Viaggi e corrispondenze”, con la quale vince il Premio Tondelli per la narrativa. Inizia poi a lavorare nel campo dell’editoria e del giornalismo, e collabora con Il Foglio e Il Giornale, e tenendo incontri e seminari di scrittura creativa.
Sul tema della letteratura migrante in lingua italiana pubblica nel 2002 il libro “Da qui verso casa”, che raccoglie interviste con narratori, e nel 2005 “Il Catalogo delle voci”, in cui intervista poeti.
Altre sue opere narrative sono “Racconti felici” (2003), nella quale ripropone i suoi racconti d’esordio, il romanzo “La cultura enciclopedica dell’autodidatta” (2006).
Con “La vita segreta dei mammut in Pianura Padana” ha vinto il Premio Chiara nel 2017.
Ha pubblicato anche “Fossili e Storioni (Notizie dalla casa galleggiante)”, “I ragazzi del Rio”, entrambi nel 2019, e “Nei luoghi ideali per la camporella” nel 2022.

(La foto a metà racconto è di Guido Guidi, “Via Emilia, Faenza, 1984”, dal capitolo “Via Emilia, Tra Savignano e Forli 1983-1985”, Vol 1., in “Per Strada”, del 2018)

 

 

 

 

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Ritratto in controluce

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

 

Margini. Di poesia ed altro       ———————

Per una volta non mi scomparire

Giulia Martini, “Tresor”

di Roberto Lamantea

Innamorarsi della lingua, della storia della morfologia e dei percorsi di senso che racchiude, delle derivazioni e gemmazioni delle parole; l’evoluzione della parola come l’evoluzione delle specie, da Linneo a Darwin; geologia della scrittura, dal greco antico al latino ai volgari all’italiano “cibernetico” di oggi. Le parole e la sintassi d’antichi codici e pergamene, vecchi archivi e quelle carte che hanno il colore dell’oro e il profumo del tempo. Giulia Martini – toscana come la lingua che parliamo – ha pubblicato nel 2018 da Interno Poesia una raffinatissima raccolta di versi, “Coppie minime” – in linguistica (fonologia) le coppie minime sono formate da parole accostate in una minima variazione fonematica o d’accento che segna significati diversi, va-fa, gioco-giogo, còlto-cólto – gioco stilistico che è servito all’autrice per stilare variazioni di vita quotidiana, di sguardo e, naturalmente, di coppia amorosa.
Ora Giulia dà alle stampe sempre per la casa editrice di Andrea Cati “Tresor” e la scrittura è ancora più cólta e divertita. Tresor naturalmente è il trattato di Brunetto Latini (nel 2007 Einaudi ne ha pubblicato un’elegante edizione nei “Millenni”) in lingua d’oil, sorta di enciclopedia ante litteram; i versi dell’autrice di Firenze giocano anche con altre fonti, compresi documenti notarili all’origine della lingua italiana come i placiti cassinesi, in particolare il celebre placito di Capua (marzo 960), conservato nell’Archivio della Badia di Montecassino, considerato il primo documento in volgare (Sao ko kelle terre…), impegni di spesa e credito, annotazioni di vita quotidiana. Nella prefazione Giulia Depoli definisce il libro di Giulia Martini “un’avventura filosofica” e spiega: “Già dal titolo, “Tresor” rivela la sua natura: è un libro fatto con le parole degli altri – e al contempo, per sua stessa ammissione, proprio per questo è l’unico libro che Martini avrebbe potuto scrivere. Non solo si intitola come la prima enciclopedia in lingua volgare di Brunetto Latini: anche tutte le poesie di cui si compone sfruttano largamente la tecnica del cut-up, prelevando materiale linguistico (dalla singola parola a interi periodi) da testi preesistenti”: i testi delle origini, la Commedia (il canto di Brunetto Latini, Inf. XV, Dante lo colloca tra i sodomiti), la poesia italiana tra Otto e Novecento, Pascoli, Luzi, Caproni, D’Annunzio (c’è un esplicito omaggio a “La pioggia nel pineto”): Giulia Martini si riconosce nelle parole altrui, che diventano la sua voce, un atto d’amore per la poesia e di identificazione nella storia della lingua poetica quindi di amore per l’altro, il contrario dell’autoreferenzialità (male endemico della poesia mediocre). Si può dire che l’autrice riprende le lezioni dell’avanguardia del Novecento per abbracciare tutta la storia della poesia.
La lettura del libro – 4 sezioni e 100 testi – è deliziosa. La lingua poetica di Giulia Martini vive sotto la corteccia della storia dei morfemi, muta forma e “racconta” il tempo, come se viaggiasse tra nebulose, costellazioni e derive foniche e semantiche, il libro come navicella o zattera.
Mi sembra”, ha detto l’autrice in un’intervista a mediumpoesia (28 giugno 2023) “che la mia scrittura si nutra a suo piacimento di quello che faccio, pescando da dove le pare senza curarsi di consultarmi (anche delle cose a cui personalmente non darei peso, tipo un’avvertenza su un’etichetta)”.
La scrittura di Martini è una partitura che accosta il timbro di strumenti antichi (il “toscano e latinesco”) ad accenti e dissonanze novecentesche in assoluta grazia e armonia. Su metrica e rima dichiara l’autrice: “Il gesto poetico nasce come una scansione ritmica che prende consistenza, soltanto dopo arrivano le parole. Le rime mi incantano, i miei testi le tradiscono quasi sempre; talvolta le recuperano in modo perfetto quando ormai sembravano perse, quando l’orecchio aveva dimenticato quella promessa di suono”.
Da “Glossario di Monza”: “Rina, non ci sento dalle auricola,/ la glosa non rintocca sugli odonta,/ non alzo digito, non ho più voglia / de bevere, de mandegare…”; da “Ritmo cassinese”: “Ma ditemi una cosa dal disdotto voi che state in tale, quale bita bui menate? Que bibande mandicate?”.
È un libro-gioco, un divertissement dalle radici antiche e la sensiblerie post-Novecento, “Tresor”: il lettore cólto si diverte a cogliere citazioni, rimandi e “profumi” e riassaporare l’eco d’antichi studi, altri ritrovano il piacere del gioco e il paradosso della poesia, la gabbia metrico-ritmica e fonica come libertà.

 

Dal libro:

Se io fui del primo dubbio disvestita
dalle sorrise parolette brevi,
te disveste per me la lingua madre.

*

Com’era bello quando rimanevi
e non sapevo più dove mi fossero
gli occhi, per guardarti. E le mani.

*

Quello che era dietro ora ci è davanti,
e io quando mi inclina una ragazza
certo che scendo reverente.

Certo che procedo reverente quando il cielo è così benevolo
e l’orizzonte ci tiene il giorno chiuso.

(Ma como farimo de la passata per lo dicto chiuso allo palmento beneficiale <senza passare dai possedimenti> de li dicti domino Marino et domino Sabatino, de lu dicto Furnaio?).

*

A proprio questo ti preparavi tanto
delicatissimo momento, quando

semini semi nel campo semantico.

*

Guarda che devi prendere il podere
dei Magi, nella corte di Travale,
come sono vere le pinne, le pale del timone
le conchiglie, le incrostazioni marine.

Ora devi riprenderti le terre
perché sono già tue, non nella mascia
nel piano adiacente, fino al canale,
compreso il bosco.

Ma riprendetevi quello che è vostro
senza leggere a oltranza, perché tanto
non lo intendete, il latino romanzo
non la intendete, la lingua rustica romana.

*

Il de profundis delle smancerie
che stilli a pochi grappoli per volta,
che stilli a pochi grappoli per volta.

Ascolta. Piove. Ascolta. Piove. Ascolta.
Per una volta non mi scomparire
sulle nuvole, le nuvole sparse.

*

Giulina, Giulia, dormiti, riposa,
tiralo un respiro, vai a letto,
in lectum unum, uno che sia uno,
non dico di sollievo come l’ultimo

ma nemmeno trino come il primo
o quadruplo, come il decimo. Dormi,
riposati, fai qualcosa.

*

A questa vita audire spello?
O gloriose stelle o lume spento
oppure lume spento giallo oro
non compro, vendo tutto, non c’è modo

non c’è verso di tenerla ferma, la tua faccia geocentrica.

 

L’autrice:
Giulia Martini è nata nel 1993 a Pistoia e vive a Firenze. Dopo la laurea triennale in Lettere moderne, con una tesi su “La figlia di Babilonia” di Piero Bigongiari, ha conseguito la laurea magistrale in Filologia con un commento a “Pigre divinità e pigra sorte” di Patrizia Cavalli (Einaudi 2006), un dottorato di ricerca in Filologia e critica all’Università di Siena, in cotutela con l’Université de Fribourg (Svizzera) con la tesi “L’apocalisse dialogica. Forme e funzioni degli scambi di battute nella poesia italiana del Novecento”. Ha partecipato al XXI Congresso dell’Associazione degli Italianisti con uno studio su “Donna di dolori” di Patrizia Valduga (Mondadori 1991).
Nel 2015 ha raccolto 38 componimenti in “Manuale d’Istruzioni” (Albatros), nel gennaio 2016 sono uscite 23 poesie sul mensile Poesia, altre sulle riviste Gradiva e Pelagos e sull’Almanacco di poesia italiana al femminile Secolo Donna a cura di Bonifacio Vincenzi (Macabor 2017), che ha curato anche l’antologia “Un verde più nuovo dell’erba – Poetesse millennial degli anni ‘90” (LietoColle 2018).
Nel 2018 ha pubblicato “Coppie minime” (Interno Poesia), il suo primo libro di versi. Sempre per Interno Poesia ha curato l’antologia “Poeti italiani nati negli anni ‘80 e ‘90” (tre volumi pubblicati nel 2019, 2020 e 2022).

(Giulia Martini “Tresor” pp. 140, 15 euro, prefazione di Giulia Depoli, Interno Poesia 2024)

 

 

 

 

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Incarnare la luce, arancio e viola

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

 

Tempo presente       ——————–

Sulla mia terra, dissolvere

Elvira Sastre, “La solitudine di un corpo abituato alla ferita”

di Antonello Bifulco

Rileggere il libro “La solitudine di un corpo abituato alla ferita” di Elvira Sastre apre ferite anche a chi credeva di non averne, né sulla pelle né tanto meno nei meandri dei sentimenti più sopiti.
La giovane autrice spagnola cerca nel clamore del mondo che la circonda di sfuggire ad un’assenza, alla mancanza improvvisa di un amore, dell’amore che era totalizzante, quel tempo che non passava dentro ad una clessidra.
Una citazione di José Mateos riportata all’inizio della silloge recita: “Guarda il cardellino. Non è nulla: paura e piume. E tuttavia, nascosto tra i rami, può far sì che canti un albero”, la solitudine che prova un corpo abituato alla ferita è proprio come un cardellino nascosto tra i rami, paura e piume che fa cantare l’albero della solitudine.
Se te ne vai/ fallo con rumore:/rompi le finestre, insulta i miei ricordi, getta a terra tutti quanti i miei tentativi/ di raggiungerti,/ muta in grido gli orgasmi, / colpisci con rabbia il calore/ abbandonato…”, c’è nello scrivere di questa poetessa il materializzarsi improvviso di bisogni che l’amore nascondeva, la necessità di essere ribelle contro qualcosa che gli è stato tolto, le aspettative che si tramutano in ricordi, il dolore che desidera ora vivere nel rumore di ciò che era e forse non sarà più.
Parole che si aprono alla vista nei luoghi di una vita passata con l’altra, di oggetti animati dai suoni dello stare insieme, di una città, Madrid, che la domenica mattina è bella ma può far male, città dove anche i fantasmi amano i fiori e dove la pace ha dentro di sé una calma colpevole. E noi a chiederci se ci sarà qualcosa oltre all’amore che ci ha abbandonato, che ha creato un vuoto e aperto la solitudine dentro casa nostra, anche se un satellite ci ricorda che dall’altra parte del mondo c’è un mare un altro mare, e che ci sono domande che rimangono solo domande.
Parole tante che raccontano storie di una lite, di uno sgomento lasciato andare parole che diventano solitudine, poi ti ricordi che alle volte ci sono nuvole che minacciano la tua porta di casa anche quando non sei sola, sai benissimo che il luogo di un’ombra lo occupa solo un’altra ombra e non sarà mai la stessa, e allora ti chiedi se cambierà questo sentirsi abbandonati in un luogo che era anche di un’altra e se, con la sete di quelli che tornano sempre, continueremo a leccarci le ferite.
E allora diventiamo isole, quelle dove la gente si porta un libro da leggere, per leggersi dentro, dove avere qualcosa da mangiare è necessario per vivere, isole dove portarsi un amore potrebbe non bastare.
L’isola, quel luogo dove tutti vogliono arrivarci seppur lontana, eppure tutti vogliono andarsene nel momento in cui arrivano, un amore come un’isola che dal momento che l’ho raggiunta capisco di aver sbagliato rotta, ecco cosa sembra raccontarci la poetessa con queste sue parole.
Quando si vive un amore che è follia, passione e completo abbandono ad esso, capita anche che “ho voluto spaccare il mondo che si vedeva dalla tua finestra./ E ancora non sono riuscita a godere di una vista migliore”; non si riesce a vedere oltre, non si riesce a scorgere la porta aperta, anche quella di casa.
Elvira Sastre ci porta a vivere come fa il vento, ma quello creato da qualcuno che ci sta vicino, “siamo solo vento che arriva quando da un’altra parte qualcuno soffia” e si rimane come castelli incendiati dove secoli prima qualcuno ha vissuto felicemente. Allora c’è solo il dolore, l’unica cosa che si trattiene, ciò che ti ricorda di essere ancora vivo.
Una storia d’amore che lascia silenzi e macerie, vuoti che solo con le parole si riesce a riempire “Qual è la differenza tra/ solitudine e destino/ Mi hai chiamato isola:/ hai voluto abitarmi, far crescere la tua pelle/ sulla mia terra, dissolvere/ il mio inverno protetto e illuminare/ l’abbandono meditato della sabbia”, parole che si tramutano in uno scudo a protezione contro la solitudine, contro quel dolore, che nonostante tutto ti lasceranno così viva che i ricordi di lei ti dimenticheranno, farà male come ogni passato che non cicatrizza, e rimarranno sempre troppi ancora che si prolungano come il tempo rimasto sospeso.

 

Da libro:

Rumore

Se te ne vai
fallo con rumore:
rompi le finestre,
insulta i miei ricordi,
getta a terra tutti quanti
i miei tentativi
di raggiungerti,
muta in grido gli orgasmi,
colpisci con rabbia il calore
abbandonato, la calma scomparsa, l’amore
che non resiste,
distruggi la dimora
che non sarà più la nostra casa.
Fallo come vuoi,
ma fallo con rumore.
Non lasciarmi da sola con il mio silenzio.

*

La domanda che mette fine a tutto

Mi hai detto che dovevo dimenticare
tutto ciò che mi avevi fatto
perché la cosa potesse funzionare.
E l’ho fatto, amore, l’ho fatto
e ho dimenticato senza volere anche
il tuo modo di accarezzarmi,
la tua facilità di farmi ridere,
la tua premura nel ripulirmi,
l’amore nel prenderti cura di me,
e ho dimenticato te tra un tormento
e l’altro,
ho dimenticato senza volere.
E la domanda che mette fine
a tutto:
puoi continuare a essere innamorata di qualcuno
che hai smesso di amare?

*

Imbrigliata

Non è il freddo,
né la pioggia,
né l’inverno che s’infila dalla finestra,
né le strade deserte,
né il vento che spazza ciò che resta di me
in un’alba qualunque.
Non è questa città disordinata,
né un grido all’improvviso,
non è che la solitudine mi obblighi a rimpiangerti
e non sappia che fare con queste mani vuote,
con questa nuvola che minaccia la mia porta.
Non è che io tema di perdere il mio orizzonte,
di restringermi in un altro corpo
incapace di essere il mio oceano,
di disconoscerti in certi momenti
e insieme riconoscermi in essi.
È, semplicemente,
lo specchio,
il silenzio,
il letto vuoto.
La
domanda
che
è
solo
domanda.

*

L’isola

Ti ho avvisato senza fretta:
la mia vita è una finestra aperta,
ma tutte le porte sono chiuse.
Tu mi hai guardato la mano e lo hai detto,
così,
con il mare tra i denti:
non vola chi ha le ali,
ma chi ha un cielo.

Qual è la differenza tra la
solitudine e il destino?

Mi hai chiamata isola:
hai voluto abitarmi, far crescere la tua pelle
sulla mia terra, dissolvere
il mio inverno protetto e illuminare
l’abbandono meditato della sabbia.
Avresti potuto restare, posare
il tuo futuro sulle mie rovine e fare
forse
castelli sul respiro che ho scagliato
più e più volte sulla tua nuca.

Ma non lo hai saputo vedere,
amore, non ti sei accorta
che la mia isola era ormai un’isola,
che per la tua bocca non c’era posto nel mi mare
e che nel cielo
non ci sono finestre.

Mai abbiamo potuto guardare
l’orologio
nello stesso istante.

E adesso
il tempo
è un’onda piena di ricordi
in cui tu non sorridi più
e io,
in un qualche modo che ancora non capisco,
rimango in salvo.

*

La casa di un altro

Chi può essere capace di abituarsi alla
tristezza altrui?

Chi, nel pieno delle sue facoltà,
può accettare di vivere tra le rovine
di un castello preso d’assalto
in cui ormai non resta altra cosa che
l’attesa eterna di un altro,
una solitudine prigioniera che ha paura
dell’abbandono.

Sono incapace di uscire da questo luogo,
tutte queste finestre sono sporche,
tutti i ricordi riempiono di polvere i miei occhi,
tutti i giorni passano così piano
che sembra che io li viva due volte.

Perdonami se non apro la porta.

Questo dolore, l’unica cosa che ho,
è ciò che mi ricorda che sono ancora viva.

 

L’autrice:
Elvira Sastre è nata nel 1992 a Segovia, in Spagna. Quando ha compiuto quindici anni ha aperto il suo blog “Relocos y recuerdos“.
Nel 2013, Sastre ha iniziato la sua carriera di scrittrice con la pubblicazione della sua opera “Cuarenta y tres maneras de soltarse el pelo”, con prefazione di Benjamín Prado, che ha introdotto Sastre nella poesia contemporanea spagnola.
Nel maggio 2014, la casa editrice Valparaiso Edicones, con sede in Spagna e America Latina, le ha proposto di pubblicare il suo secondo libro di poesie. In precedenza, aveva partecipato al progetto “Tú la Acuarela / Yo la lírica“, che combina sue poesie con gli acquerelli dell’illustratrice Adriana Moragues.
Nel 2016 Sastre ha pubblicato una selezione di poesie nel libro “Ya nadie baila”, con prefazione di Fernando Valverde.
Sastre è anche traduttrice professionista. Tra le sue traduzioni ci sono “Los hijos de Bob Dylan”, scritto dall’autore nordamericano Gordon E. McNeer e il testo in inglese dell’album “La deriva”, del gruppo musicale spagnolo Vetusta Morla.
Ha partecipato a diversi festival e ad eventi letterari, soprattutto in America Latina, oltre a conferenze in alcune università americane.

(Elvira Sastre “La solitudine di un corpo abituato alla ferita”, traduzione in italiano di Matteo Lefèvre, pp. 64, 12 euro, Garzanti 2022)

 

 

 

 

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La figlia della gattara

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

 

Voce d’autore————————

In questo tempo del togliere

Matteo Ghirardi, “Nulla apparente”

di Giovanni Fierro

Bisogna avventurarsi nelle pagine di “Nulla apparente”, la nuova raccolta poetica di Matteo Ghirardi. Bisogna entrarvi come si fa con il primo passo in un bosco, come si scopre l’identità della nuova stagione che si annuncia. È uno stare dove radici e temperatura sono l’immediato con cui confrontarsi.
E la natura e il mese di Novembre sono i luoghi in cui Matteo Ghirardi si immerge, la mappa da seguire, le coordinate a cui fare riferimento, per scoprire che “dentro il bosco scorticato/ dalla stagione che avanza spogliandosi/ c’è più silenzio/ di quanto ce ne potrebbe stare”.
Ed è l’inventare una sorpresa, il pensiero giusto per avere a che fare in primis con se stessi, con il proprio cielo, dove “le nuvole pioveranno/ la vita che mancava”.
È profonda riflessione “Nulla apparente”, è ricerca di etica e morale, a cui appartenere per avere una più decisa aderenza al vivere. Ad un vivere che ha bisogno della spogliazione per corrispondere alla vita stessa, anche nella sua sacralità: “Ci hanno cresciuti i campi/ mezzadri, a novembre./ Erano selvatici quanto noi/ selvaggi,/ da scoprire e capire/ come per noi la vita”.
Matteo Ghirardi ci racconta di fragilità, ci narra di necessità, testimonia il bisogno di quando “sprofondo dentro campi di stoppie,/ di niente e nessuno,/ il mio passo non riesce a superare/ la lentezza”.
La lentezza, sì, la lentezza. Strumento necessario per non diventare tempo che accelera e dimentica, senza neppure giungere alla conoscenza.
La lentezza come occasione per riflettere “sulla povertà dei mezzi, la parola,/ sulla vita fatta di stupore/ per un niente”. Per trovare la saggezza che indica di come “mentre tutto finisce/ sono solo/ all’inizio”.
Queste sono pagine che rinunciano al di più, si fanno valore assoluto da imparare, esperienza che ai sensi e al pensare donano la giusta grazia: “Vivere senza secondi fini/ come novembre”, “Dovrei forse considerare/ il coraggio del ramo/ mentre perde le foglie”, “Tento l’audacia del ciclamino,/ spuntare non so come/ tra i rovi ed il fogliame”.
Per costruire questo umano qualcosa che ha il sapore dell’assoluto: “La vita è qui./ La mia vita è qui”.

 

Dal libro:

(A novembre)

In questo tempo del togliere,
il paesaggio viene inciso
nei suoi tratti caratterizzanti,
di giorno in giorno
ritrova la libertà
costituzionale.

Dietro una sconfitta
di facciata
un nulla
apparente,
scrivo insistendo
un passo
indietro il mio
progettare
la nuova possibilità
di germogliare.

*

Quello del nido
abbandonato
al vento
tra i rami sottili
e tersi, lassù,
è un equilibrio
su cui ancora oggi
non scommetterei.

È stupore di bimbo.
Torno a sognare
di fare l’acrobata
o l’inventore.

*

(Che ne sanno questi giorni?)

Che ne sanno questi giorni
della primavera, dei fiori,
della vita?
Vanno spegnendosi
fino al solstizio
senza pensare di ricominciare.
Che ne sanno delle mie speranze
questi odori di legno e terra umida,
le sterpaglie secche piegate
sul ruscello?
Somigliano piuttosto ai miei errori
e fallimenti, alle promesse estive
tradite.
Questi giorni di radicchi amari
e zucca, di penombra
sui terreni inzuppati,
che ne sanno di vanità,
di superfluo, di troppo?

*

(Giorni di fine)

Giorni di luce corta
passati al setaccio
restano tronco e rami.
L’autunno finisce
finendo.

Questi giorni minimi
a colpi di buio lasciano
a bocca aperta
il mio silenzio.
Di loro scrivo
cancellando.

 

Intervista a Matteo Ghirardi:

In “Nulla apparente” si respira una viva sensazione di piacevole lentezza, strumento necessario per esplorare il mondo che racconti. Quanto importante è questo atteggiamento? E quale lentezza è?
Secondo me, la lentezza “è un vivere necessario”; non intendo una lentezza fine a sé stessa, ma bensì utile per apprezzare la vita nei suoi aspetti più piccoli ma più profondi e veri. Abituati a correre, credo bruciamo esperienze, emozioni, momenti.
Ora che non stampo più le fotografie, per esempio, questa sensazione e la velocità con cui passa il tempo mi sembrano amplificate.

Nel testo di pagina 32, “Scrivere è desiderare”, dici “Vivere/ senza secondi fini/ come novembre”. La natura insegna, o quanto meno, indica la giusta etica da seguire?
A novembre, la natura sta per toccare il suo punto minimo, le foglie cadono e le giornate accorciano parecchio, l’inverso approssima. Novembre non possiede, tiene solo ciò che davvero conta e sarà in grado di superare l’inverno e germogliare. Può dunque “solo” vivere.
In questo la sua etica: non possedere, liberarsi delle sovrastrutture, tornare a vedere il mondo in originale e, infine, ripartire.
A fine autunno la natura mi insegna a non mettere secondi fini in ciò che faccio e vivo, a non fare calcoli di utilità magari a scapito di altri, a cercare pace e a ricostruire quanto può sembrare perduto.

Protagonista assoluto di “Nulla apparente” è proprio Novembre, il mese. Perché questa scelta?
Torno alla risposta dell’etica della natura, novembre mi tranquillizza, mi trasmette un senso di pace, il buio che aumenta e la pioggia sembrano mettere il silenziatore al trambusto quotidiano, spesso frenetico e inconcludente.
Novembre va verso l’inverno e si “consuma di vita”; mi suggerisce di spendermi per le cose importanti e di capire, quindi, quali esse siano; di senso delle cose in una società di immagini, spesso modificate ad arte; di pace in un mondo che usa un linguaggio bellico per ogni questione e che propaganda la guerra.
Novembre non ha nulla da perdere, come detto sopra, può “solo” vivere e vivere fino in fondo.

Un testo come “Ritirata o trama” mi sembra sia un piccolo manuale di sopravvivenza, con gli ultimi versi a dire “Tento l’audacia del ciclamino,/ spuntare non so come/ tra i rovi ed il fogliame”. È così?
Fin da piccolo, mi ha sempre affascinato trovare un ciclamino nel sottobosco tra le foglie cadute. C’è sempre un modo, anche nell’inverno imminente, di vivere la meraviglia.
Sono situazioni piccole ed “inutili” se le guardo con occhio distratto eppure così importanti e così belle da riempire di senso le giornate.

La natura presente nel libro evoca l’infanzia, gli anni giovani. Qual è la loro vicinanza, la loro complicità?
Ho dedicato il libro a Moreno, amico d’infanzia, andavamo a scuola insieme, a piedi. Parlavamo, giocavamo, crescevamo. “Ci hanno cresciuto i campi”. Era un bimbo semplice e vivace, altruista, amico sincero e franco. Se ripenso a quegli anni, gli sono grato, ancor più ora che non c’è più fisicamente, di avermi insegnato a vedere la bellezza nelle cose semplici, nelle avventure quotidiane, nel poco che avevamo e nella sua condivisione.
Gli anni giovani, secondo me, ci ricordano il meglio di noi e ci aiutano ad essere migliori anche da adulti, quando tendiamo a lasciar perdere gli ideali e a conformarci alla maggioranza in modo acritico.
Lo sguardo sul mondo dei bambini non può che migliorare le cose in un tempo di guerre dovute al potere, al denaro. Quanto sarebbe bello se tornassimo “a sognare di fare l’acrobata o l’inventore”.

Perché il tempo passato in questo tuo scrivere è un riferimento importante. Come valorizzarlo? Come trovare il suo significato nel tempo di adesso?
Il tempo passato è come l’autunno, spogliandosi ha permesso, dopo l’inverno, una nuova primavera. In quest’epoca digitale, rischiamo di perdere questo collegamento e, in definitiva, una rinascita.
Dovremmo, credo, staccarci dalla tecnologia ogni tanto, ritornare a vivere momenti concreti e condivisi, fare storia, la nostra.
Solo così il nostro vissuto, quando sarà “passato”, potrà parlarci e aiutarci a prendere le strade più giuste per noi, a rispondere al bisogno di sapere chi siamo.

Un senso di sacralità pervade ogni pagina del tuo libro. Da cosa è dovuto, da cosa nasce questo bisogno/desiderio?
Quando scrivo “la mia vita ora è tutta da reinventare”, è desiderio di vita vera e appagante. Credo valga per tutti.
Oggi c’è distacco religioso, disaffezione civica, delusione politica; e purtroppo per validi motivi. Ci sono pure proposte di ogni genere, venditori di ogni elisir e quindi grande disorientamento.
La natura, alle porte dell’inverno, è così nuda e fragile che pare riassumere quest’epoca.
Però io ci vedo vita, potenzialità, tronco e rami che rimangono e ripartiranno, una bellezza e una verità uniche, la fragilità ma anche il suo oltre, l’essenziale a cui forse dovremmo tornare per ritrovare – sotto oggetti, impegni e difficoltà – noi stessi.
È un libro “laico” ma, da credente, la natura credo sia una delle cose che possono portarci a vedere il cielo.

Una volta chiuso il libro, ho avuto la netta percezione che tutte queste tue pagine siano un contraltare alla nostra società odierna. È così? E se sì, in che modo lo fa? Con quali prerogative?
Credo sia un contraltare perché il mondo corre e ho l’impressione che lo faccia senza godere di quanto vissuto e sempre a caccia di qualcosa che non si trova. Gli ultimi anni, purtroppo, hanno poi evidenziato che i valori, siano essi religiosi o civili, non esistono più o, meglio, ci si “passa sopra” come una ruspa sulla terra. Si “passa sopra” anche alle persone se “serve” a qualcuno.
L’autunno, per quanto da me vissuto ed indagato, tenderebbe all’esatto opposto: alla riscoperta, alla condivisione, alle libertà e alla pace. Mi dice che, in ogni caso, possiamo sempre a tornare a riempirci di vita “proprio adesso che sembrava ridursi a niente”.

 

L’autore:
Matteo Ghirardi ha pubblicato i romanzi “Il Mattone” (2001) e “Radio Contatto…” (2006).
In poesia le raccolte “Fin nelle viscere…” (2005), “Aspetti” (2015) e “L’essenza dei microcosmi” (2017).
Vive tra Venezia e le Dolomiti.

(Matteo Ghiradi “Nulla apparente” pp. 52, 10 euro, Editrice Totem 2023)

Per avere il libro: ghirardimatteo@gmail.com

 

 

 

 

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Tempo sospeso

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

 

Tempo presente        ———————

Ho navigato per allontanarmi dalla voce

Sei testi inediti

di Lucio Zaniboni

L’amore

Non ho inventato questo amore,
è nato come sorge il sole,
affacciandosi allo specchio del mattino,
luccicando con le lucciole sul prato.
Ho navigato per allontanarmi dalla voce,
sirena che ha incantato la mia nave,
le onde mi hanno trascinato al suo cuore.
Non ho voluto questo amore,
richiamo d’usignolo sul ramo,
profumo lieve di viole, oltre la siepe,
dolce carezza di vento nell’estate.
Si è fatto strada ed è cresciuto,
radicando come l’edera sul muro.
Ora è lì, coi fili un po’ ingialliti,
ma non si è spento nel mio canto.

*

La pena

Vincere la pena di questa lava
che, incandescente, fra gli ulivi scende,
si rapprende e pesa sul cuore,
come nube prima della tempesta
e poi’ dopo lo sfogo delle onde,
ancora ala di corvo sulla preda,
lama sospesa e lo scorrere delle ore,
goccia sopra la pietra senza un finalmente
che liberi dal supplizio o tagli la gola.
Contrazione delle viscere, spasmo di denti,
il pugno al cielo che sorride,
quando l’acqua ha spazzato la casa
e resta solo fango di quanti amavi,
tieni vivi dentro e inutilmente cerchi.
Attendere che la cenere si posi,
per trasformarti in pietra.
insensibile alla gioia e al dolore.

*

Allo specchio

Allo specchio, con le ossa bagnate,
la pioggia penetrata dentro,
male sottile.
Così risalta il tamburellare delle gocce,
quasi fossimo pelle tesa,
a eclatare rumore.
Allo specchio,
con l’abito fradicio di attese
nelle distese sconclusionate dei giorni,
partenze e ritorni, fusi come cera,
nella colata dei bronzi.
Il nostro cesello fiorisce di ricordi, sbalzando ovali di volti
e azzurri occhi di donna,
restituendo la speranza.
Allo specchio, con le ossa bagnate,
a togliere il sale dalla piaga,
purché il tempo passa
e ovatta ogni rumore nella grande rada.

*

Una sirena

Richiama rugiada la fontana,
sul verde smorzato del marmo.
Un pesce rosso sbeffeggia la sirena,
da un opaco fondo,
prigioniero come un sogno,
in questo nostro assurdo mondo.
L’erba è in ascolto di un pettirosso,
che richiama al volo la compagna.
Un fiato improvviso di vento,
uno schianto, un lamento,
laggiù sulla curva della strada.
Urlo sinistro di ben altra sirena,
a tentare il soccorso.

*

Dicembre

Già spargono il concime sui campi.
È avvolta di latte l’aria del mattino.
Ultimi giorni di novembre,
al bordo del prato qualche fiore
ammicca in mezzo al rovo.
Il platano è fulgore di foglie,
emblema della vita e della morte,
della fiamma che arde e consuma.
Fuma la concimaia, mentre una vacca
strappa, pigra al pascolo,
la sua razione di verde e di rugiada.
Incide l’aratro come gli anni,
rovesciando le zolle
e un verme guarda sorpreso il cielo,
preso dal mistero di questo antico rito.
Ognuno tesse una storia,
la terra quella del pane
e, come vagina, accoglie il seme.
Ovunque è sesso e morte,
nelle stoppie, bruciate in lunghe righe,
nelle macchie di sangue della siepe,
nel tuo viso che la bocca protende.
Noi siamo questi giorni di novembre,
prima che venga a cancellarci
il manto bianco di dicembre.

*

Cercare

Ognuno cerca qualcuno o qualcosa:
il miope gli occhiali, questi un naso,
il naso un fazzoletto…
Una storia senza fine
dove le parti si capovolgono come tartine,
rovesciando il caviale.
In fondo sono uova di storione
e avrebbero potuto essere pesci,
mentre sono costrette a galleggiare,
fra succhi gastrici e martini.
Ognuno cerca qualcuno o qualcosa,
io cerco te come il giardiniere la rosa,
come il profumo un collo nudo
e una bocca un’altra bocca.
È un ingrato compito cercare
o forse è giocoforza registrare
che a me piace cercare e non trovare.

 

L’autore:
Lucio Zaniboni è nato a Modena. Vive a Lecco. Ha insegnato in scuole di vario ordine e grado. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia che hanno avuto, tra gli altri, prefatori: Aliberti, Bellezza, Cappi, De Giovanni, Esposito, Ghidina, Lanza, Manacorda, Martelli, Martellini, Moretti, Pazzi, Piromalli, Rea, Ruffilli, Sanesi, Sozzi, Spagnuolo, Squarotti, Ulivi, Valli.
Segnalato al Premio Internazionale Montale, ha vinto diversi premi per l’edito e l’inedito e due volte il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Collabora a giornali e riviste. Ha curato dieci antologie comprendenti la maggior parte delle voci poetiche contemporanee, con l’ultima delle quali “La poesia del Terzo Millennio” sono state presentate due Tesi alla Facoltà di Lettere e Filosofia.
È stato tradotto in francese, inglese, greco, spagnolo, portoghese, cinese e albanese.
Inserito nella “Storia della Letteratura Italiana – Il Secondo Novecento 1993”, e nella “Letteratura e Società Italiana dal secondo ‘800 ai nostri giorni”.
È tra gli autori di “Poeti Latini tradotti da Scrittori Italiani Contemporanei” (Bompiani 1993).
È presente nella “Antologia Mundial” di Fernando Sabido Sanchez.

 

 

 

 

Immagini      ————————–

Nudo disteso dentro a una tenda

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

 

Tempo presente         ————————-

Dominanza e scacco

Adriana Gloria Marigo, “Arte della navigazione notturna”

di Fabio Dainotti

Resta sostanzialmente fedele con mirabile coerenza a un poetare chiuso, quasi vorrei dire un trobar clus in edizione aggiornata, e poco comunicativo (arduo decrittare alcuni “frammenti–luce“) Adriana Gloria Marigo in questa sua fatica letteraria, “Arte della navigazione notturna”, rimanendo dunque nell’alveo di un analogismo di derivazione simbolistico-ermetica e lasciando poco spazio alle delimitazioni e caratterizzazioni topografiche (i Colli Euganei, la “linea lenta del Montello”), che rimandano a una privata esistenzialità e a una realtà materna, dunque a un paysage d’âme.
Giustamente Mastropasqua nomina nella sua acuta Nota il “tempo minore”, con riferimento neppure troppo velato a Carlo Bo, secondo il quale “la parte più vera della vita non è quella che si consuma nella dimensione quotidiana del tempo minore” (G. Manacorda).
Con questa scelta di continuità la poetessa evidenzia la sua padronanza di sé, la sua “dominazione” (lessema presente nella prima lirica), la sua capacità di conoscersi; cosa quest’ultima che, si è da qualche critico osservato, abitualmente e normalmente è appannaggio dei poeti di indirizzo analogico più che degli scrittori realisti. Le scelte lessicali, preziose e selette come sempre, confermano una tale impressione: “splendiamo di sovranità”.
Padroneggia Adriana Gloria Marigo anche la lingua, una creatrice demiurgica di lingua, si direbbe, che percorre in lungo e in largo, in senso anche temporale, con tentazioni quasi di disarticolare le parole mediante il ritorno agli arcaismi (“da la”, preziosismo di sapore dannunziano, quasi un sillabare, un’ispezione nella grammaticalità).
Cospirano a tale effetto le figure trascelte nel suo strumentario retorico: la costruzione inversa, l’anastrofe (“di libellula la ricamata/ elitra”, “di tutto il perfettibile mondo/ forse vedi”); la sinestesia (“la tenue frequenza rosa”).
Da un punto di vista metrico pure si osserva una certa insistente presenza, al fianco di versi in sé conclusi, dell’enjambement che dilata la sintassi oltre la misura del verso in direzione di altro o dell’altro, di un altrove (tale è l’etimo di “alibi”, uno dei tanti latinismi presenti nel libro) forse di una “lucentezza metafisica”. E soprattutto l’uso di forestierismi, di neologismi, tendenti a costruire un pastiche linguistico che rientra nella medesima teleologia.
È comunque “luce” la parola tematica della silloge di Adriana Gloria, che mostra, come in altre precedenti raccolte, una spiccata predilezione per l’antichità greco–romana e per la mitologia: a buon diritto Silvio Raffo, nel suo elzeviro, parla di “trasalimenti dell’aria-luce”.
Un altro effetto ha l’enjambement oltre a quello di violare l’alleanza tra metrica e sintassi. È quello di sottolineare le parole poste al confine tra la fine di un verso e l’inizio del successivo; e queste parole indicano una perdita (“cede alla notte/ il primato”), una condizione di caducità (“l’ora// moritura”), di transitorietà (“la notte chiude/ l’ultima narrazione solare” ), di temporalità (“in sobria/ cadenza la luce trapassa”); di deminutio (sul potere del giorno); di distruzione (“il genio dell’azzurro svanente/ disfa l’ombra dell’assenza”; di fragilità “un vento metallico ottunde/ i vaganti corpi sottili”; “la luce sconcerta/ brincelli d’ombra”; “la luce dissolve/ l’euganea dorsale violetta”).
E nell’ultima composizione, in posizione enfatica, come insegna la critica semiotica, lo scacco, la caduta, simbolizzata dalle “bacche aurate”: “nel mondo cadono/ bacche aurate”.

 

Dal libro:

all’estrazione del Vero

si spericolano
in astrazioni d’Essere

confusi
da mappe di divenire

*

meno spesso screziata
la luce nella parola

un diaframma di discordia accecato
esilia la mossa dell’incanto

*

svanito il rigore dell’aria

la luce dissolve
l’euganea dorsale violetta
nel disteso indaco raro

*

s’innalza la stagione
in lieve grazia acuta

nella tonica dei corimbi
spore di luce crescono
l’incisa tinta botanica

 

L’autrice:
Adriana Gloria Marigo è nata a Padova e vive a Luino.
Ha fatto studi in pedagogia a indirizzo filosofico. È poetessa, aforista, critica letteraria e collabora con varie riviste di cultura letteraria.
Ha diretto la collana di poesia Alabaster per Caosfera Edizioni.
Ha pubblicato le raccolte “Un biancore lontano” (2009), “L’essenziale curvatura del cielo” (2012), “Senza il mio nome” (2015), “Astro immemore” (2020). E il volume di aforismi “Minimalia” (2017);
È stata ospite della Rassegna di Poesia “Poeti al Castello” di Trento, del Festival della Poesia di Lubiana e del Festival di Poesia Mitteleuropea “FlussidiVersi” di Caorle (VE).
La sua voce è presente nella Poetry Sound Library curata da Giovanna Iorio.

 

Il recensore:
Fabio Dainotti, presidente onorario della Lectura Dantis Metelliana, condirige l’annuario di poesia e teoria “Il pensiero poetante”. Tra le sue più recenti pubblicazioni in poesia: “Ora comprendo” (2004); “Selected Poems” (2015); “Requiem for Gina’s Death and Other Poems” (2019); “Poesie controcorrente” (2020) e “Ultima fermata. Poesie e racconti in versi” (2021).
Nel 2015 ha conseguito il Primo Premio assoluto “I Murazzi” per la silloge inedita “Lamento per Gina e altre poesie”.
Ha collaborato a numerose riviste di settore ed è presente in molte antologie.
Tra i suoi reading di poesia da ricordare il più recente, alla State University of New York, Stony Brook.
Ha curato la pubblicazione de “Gli ultimi canti del Purgatorio dantesco” (2010).

(Adriana Gloria Margo “Arte della navigazione notturna”, nota critica di Gianpaolo G. Mastropasqua, elzeviro di Silvio Raffo, pp. 53, 12 euro, Caosfera Edizioni, 2022)

 

 

 

 

Immagini        ————————–

Autoritratto con cacatua

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

 

 

 

Libroelibro       ———————

Lezioni al Collège de France

Predrag Matvejević, “Il Mediterraneo e l’Europa”

di Giovanni Fierro

È sempre bene ritornare a Predrag Matvejević, punto di riferimento per il pensiero umano che vuole farsi libero e attento.
E questo suo volume “Il Mediterraneo e l’Europa” è libro prezioso. Contiene le lezioni che ha tenuto al Collège de France a Parigi, nel marzo del 1997, e che sono diventate nel tempo un lavoro sempre più necessario con cui confrontarsi.
Il Mediterraneo diventa così il mondo di incontro e di incontri, dove si può sottolineare che “né le somiglianze né le differenze sono assolute o costanti: talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le ultime”; anche nel constatare che “Le vecchie funi sommerse, che la poesia si propone di ritrovare e di riannodare, sono spesso state rotte o strappate dall’intolleranza o dall’ignoranza”.
Di certo lo sguardo di Matvejević non vuole farsi influenzare da nessuna facile scorciatoia. La sua figura di intellettuale in esilio lo dimostra. La lucidità del suo pensare è gesto inequivocabile.
E ancora, l’acqua del Mediterraneo è specchio in cui riconoscersi o mettersi in discussione, spazio geografico dove “l’isola manca di mezzi, la terraferma di comprensione. Si tratta sia di un mito sia di una realtà. Rari sono coloro che non li confondono, sull’isola o al di fuori di essa”.
Però è anche l’occasione, rivolta a tutti i popoli che il Mediterraneo lo condividono, di ricordare che “i valori non si identificano con la differenza in quanto tale – sono determinati dai rapporti tra le differenze”.
Di certo il presente del 1997 è il presente che ancora oggi si ripete, il luogo della società dove ogni giorno riconosciamo il fatto che la nostra “Non è più una semplice crisi della cultura, ma peggio: una crisi di fiducia nella cultura”.
Il libro, attraverso queste sue lezioni al Collège de France a Parigi, racconta l’Europa e la sua crisi, il suo potenziale violato da dispotismi e cecità politica, ma ne riconosce anche una ricchezza umana e sociale a portata di mano, così vicina e così lontana (per dirla alla Wenders).
Ricordando sempre che, e questo Predrag Matvejević lo ha scritto nel 1997: “I carri armati sovietici e la letteratura russa non avevano nulla in comune”.

 

Dal libro:

Il Mediterraneo ha affrontato la modernità in ritardo. Non ha conosciuto il laicismo su tutte le sue sponde. Ciascuna delle coste conosce le proprie contraddizioni, che non cessano di riflettersi sul resto del bacino e su altri spazi, talvolta lontani. La realizzazione di una convivenza in seno ai territori multietnici o plurinazionali, lì dove si incrociano e si mescolano culture diverse e religioni differenti, conosce sotto i nostri occhi uno smacco crudele: il nostro mare ha meritato un destino migliore.

(Predrag Matvejević “Il Mediterraneo e l’Europa. Lezioni al Collège de France” pp. 152, 10 euro, Garzanti 1998)

 

Predrag Matvejević, una biografia da difendere

Predrag Matvejević nasce nel 1932 a Mostar, da padre russo originario di Odessa e madre croata.
Si laurea in lingua e letteratura francese a Zagabria, e nel 1967 consegue il dottorato alla Sorbona di Parigi.
Membro del gruppo di Praxis, rivista di filosofia di Zagabria (il cui obiettivo era incoraggiare un discorso critico sul socialismo jugoslavo) celebre per i seminari con gli studenti sull’isola di Curzola, come tale gli viene impedito di parlare agli studenti nel 1968.
Dal 1970 Matvejević interviene nel dibattito pubblico con una serie di 75 “lettere aperte” (raccolte come samizdat e pubblicate in seguito col titolo Epistolario dall’altra Europa) in cui difende i dissidenti, sovietici o jugoslavi che fossero.
Quando l’ho cominciato – dirà Matvejević nel 1992 – non intendevo fare un libro, un vero libro. Le lettere partono da 22 anni fa, ho iniziato a scriverle nel 1970 e finiscono qualche mese fa, nell’estate di quest’anno. La prima edizione è uscita nel 1985, una edizione samizdat. 75 lettere in cui difendo le libertà, non in senso teorico, né in senso generico, ma la libertà degli scrittori, della letteratura, degli intellettuali, della intellighenzia. Dall’Unione Sovietica alla Jugoslavia, da Andrej Sinjavski a Danilo Kiš, c’è bisogno di ricominciare a credere nella parola letteraria”.
Amico del polacco Jacek Kuroń, Predrag si tiene in contatto con gli altri intellettuali e dissidenti dell’Europa orientale; espulso dalla Lega dei Comunisti Jugoslavi nel 1974, diventa dissidente egli stesso.
Nel 1987 conquista la notorietà con il volume “Mediteranski brevijar” (“Breviario mediterraneo” 1988), opera singolare che, nel ricostruire la storia di una parola (“Mediterraneo“), condensa narrativa, saggistica e accurata documentazione storico-culturale.
Con le sue attività, Matvejević si esprime a favore dei diritti umani, in particolare della libertà di parola, e sostiene quanti sono stati condannati per crimini politici.
Nel 1989 è stato cofondatore dell’Associazione per l’iniziativa democratica jugoslava, la prima associazione politica indipendente del Paese: il suo obiettivo era trovare una soluzione pacifica alla crisi jugoslava.
Matvejević insegna Letteratura francese alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Zagabria fino al 1991.
Lo scoppio del conflitto, le persecuzioni (tra cui tre colpi di pistola esplosi contro la sua cassetta delle lettere) e le calunnie lo costringono a lasciare la Croazia. A Mostar un suo nipote, pacifista, viene torturato, ucciso e gettato dagli ustaša nella Neretva.
Dal 1991 al 1994 insegna quindi Letteratura slava alla Nouvelle Sorbonne (Parigi III), mentre dal 1994 al 2007 è docente di lingua e letteratura serba e croata presso l’Università La Sapienza di Roma. Nel 2006 diventa cittadino italiano.
In esilio, diviene una potente voce di critica delle società ex jugoslave. Nel 2001 pubblica un articolo, “I nostri talebani“, sul quotidiano di Zagabria Jutarnji List, in cui accusa alcuni scrittori e intellettuali di essere responsabili delle parole incendiarie che hanno alimentato la guerra.
Uno di questi, Mile Pešorda, lo cita in giudizio per diffamazione, e nel 2005 Matvejević viene condannato a cinque mesi (con pena sospesa) per calunnia e ingiuria. Matvejević rifiuta di fare appello, perché ritiene che così facendo avrebbe riconosciuto la legittimità della causa stessa. La condanna viene confermata nel 2010.
Predrag Matvejević ha ricevuto diversi riconoscimenti, come la Legion d’Onore in Francia, il titolo di Commendatore dell’Ordine della Stella della Solidarietà in Italia, la cittadinanza onoraria della città di Sarajevo e l’Ordine di Danica in Croazia.
Vicepresidente onorario a vita dell’International Pen Club di Londra, nel 2013 gli è stato assegnato il Premio Duško Kondor per il coraggio civile.
Muore nel 2017.

(La biografia è tratta dall’archivio del Premio Dusko Kondor per il Coraggio Civile, poi apparsa sulla rivista on line “Gariwo la foresta dei Giusti”)

 

 

 

 

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Etimasia 3

Incarnare la luce

di Stefano Ornella

 

Intervista a Stefano Ornella:

di Giovanni Fierro

A guardare la selezione di questi tuoi lavori, mi viene da dire che è la dimensione della sospensione a fare da filo rosso a tutti i dipinti. Una sospensione in cui il tempo non ha ancora deciso tutto, è sicuramente ancora al lavoro. E il destino di questi soggetti è ancora tutto da definire…. Ti ritrovi in questo?
Questi lavori della serie ‘Incarnare la luce’ sono del 2020 dove il tempo sospeso è stata una esperienza collettiva. Sempre di quest’anno c’è un nudo che fluttua sopra dei divani che ha questo titolo e addirittura nel 2022 sono stato invitato ad una mostra con questo titolo.
Ma la domanda che mi fai è molto più interessante del periodo che abbiamo vissuto, e riguarda il tempo o l’illusione di esso. Ho delle reminiscenze di quando avevo tentato di leggere Pavel Florenskij, un filosofo teologo russo, studioso di pittura bizantina, che ha scritto dei libri con delle importanti riflessioni sulle icone. Il quadro come finestra, e il volto che espande all’esterno l’interna luce sono obiettivi a cui mi piacerebbe avvicinarmi.
Si mi ritrovo in quello che dici, la dimensione sospesa rende più emblematico e atemporale il soggetto; vorrei sospendere anche il tempo e lasciare che questi ritratti non siano delle raffigurazioni di figure reali, ma possano essere figure reali con il loro destino.

La luce è qui protagonista assoluta. E mi sembra che sia un qualcosa che viene assorbito, un qualcosa che aiuta lo stare al mondo di ogni oggetto e corpo raffigurati. È una luce quindi che più che illuminare è capace di nutrire. Cosa ne pensi di questo?
È proprio così. La luce è nutrimento fondamentale che diamo per scontato, ma ha il potere di cambiare e trasformare il nostro organismo e le nostre emozioni. In questo è un nutrimento assorbire la luce che va ben oltre la pelle.
Mi sono sempre interessati i pittori che dipingono la luce, e ho portato alla mostra di Gradisca d’Isonzo, alla galleria La fortezza, due copie, stravolte nei colori, della donna che si spulcia (famoso dipinto di George de la Tour), dove una candela appoggiata su una sedia illumina il corpo della donna seduta.
Ma sono tantissimi i pittori della luce che amo, forse tra i più noti Rembrandt, Vermeer, ma anche Bonnard, Balthus…

Anche il colore, altrettanto fondamentale, ha più la verità di una esperienza che il connotato di una cromia. Mi sbaglio?
I colori sono figli della luce, l’interazione tra luce e materia. Quante volte si rimane incantati da un colore da non riuscire a staccare lo sguardo? Probabilmente anche in questo c’è un’assimilazione terapeutica attraverso il sistema visivo, che fa entrare frequenze e lunghezze d’onda che nutrono benevolmente, o che perlomeno stimolano qualcosa.
Spesso uso i pigmenti per dipingere, stemperandoli con l’olio. In questa serie ho usato anche pigmenti fluorescenti dalle tonalità estremamente brillanti.
La necessità di usare questi colori così luminosi è collegata all’esigenza di espandere il soggetto, aldilà dei confini fisici della tela facendo vibrare i colori
È ancora colore, non è luce quindi”- Pierre Bonnard

Mi piace pensare che gli oggetti e i corpi raffigurati vivano una stessa sacralità. Mi sembrano immersi in un silenzio che lascia spazio ad una spiritualità importante, nel profondo di un qualcosa che ha a che fare – e qui azzardo… – con un certo senso di adorazione….
Mi sono chiesto cosa hanno in comune la pittura pompeiana, i ritratti del Fayyum, l’icona di Santa Maria Nova, detta madonna del conforto, la Theotokos di Vladimir, gli affreschi della cripta di Aquileia, e probabilmente la risposta è, come dici tu, un silenzio e una spiritualità importanti.
Io provo adorazione per il volto, mi interessa molto il rossore di una guancia, la linea di una palpebra, il sorriso. Certi visi nascondono un mistero, certe volte sono ricordati o inventati, in altri attingo alle persone a me vicine cercando una familiarità negli atteggiamenti più spontanei.
L’autoritratto invece offre la chiara visione dei miei limiti, nessuna adorazione in questo, solo speranza di poter migliorare.

Sì, il silenzio. È un colore in più da utilizzare per dipingere questi tuoi soggetti?
Non lo so. Adesso che mi ci fai pensare mi viene in mente che forse è l’arresto del tempo, il silenzio. È il foglio bianco. È l’unico commento al luogo sacro.

Comunque tutti questi dipinti di “Incarnare la luce” mi sembrano dei paesaggi in cui avventurarsi, paesaggi che chiedono a chi li osserva di trovare uno sguardo nuovo e diverso rispetto a quello usato ogni giorno. In un certo senso chiedono di usare lo sguardo in modo più prezioso, più disponibile. Senza il bisogno di difendersi da ciò che quotidianamente affrontiamo nel mondo in cui siamo immersi… È (anche) così?
Mi piacerebbe, sì, l’intenzione è anche questa. Il corpo come paesaggio e parte della natura, all’esterno come all’interno. Senza maschere e compromessi, un’utopia che forse mostra la parte più necessaria e rende ridicola quella in cui siamo immersi.
Nella pittura antica la si ritrova, la spiritualità nuda, quella che si mostra con coraggio e ironia, senza vergogna. Quella che mostra l’aspetto divino del terreno e viceversa, l’aspetto umano degli animali, e viceversa.

 

L’artista:
Stefano Ornella è nato nel 1969. Originario di Monfalcone, studia pittura all’Istituto Statale d’Arte Max Fabiani di Gorizia e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Si occupa di incisione calcografica, affresco e decorazione muraria, illustrazione, ritratto e pittura ad olio. Espone in collettive e personali da 1987. Collabora da diversi anni con l’associazione culturale Prologo di Gorizia.
Vive e lavora a Grado (Go).

Principali mostre recenti:
2015 At Ego Tibi, Ubikart Rorai Grande (Pn), a cura di Alessandra Santin
2015 AUREA AETAS -Associazione Culturale La Corte dell’Arte – Spazio Alba
Gurtner, Gorizia.
2017 Galleria Comunale d’arte Contemporanea di Piazza Cavour Monfalcone
2018 IL RITRATTO DEL RITRATTO Incontri tenuti presso Galleria Prologo di Gorizia. A cura di Eliana Mogorovich.
2022-2023 Partecipazione al Premio Internazionale d’Arte Contemporanea “Visioni Altre”, in Campo del Ghetto Novo a Venezia.
2024 INCARNARE LA LUCE Galleria La Fortezza, Gradisca d’Isonzo (Go)
2024 NON PER RIPETERE IL MONDO Magazzini del sale, Villa Ottelio Savorgnan, Ariis (Ud), rassegna di arte contemporanea a cura di Eva Comuzzi e Orietta Masin.

http://www.stefanoornella.it

https://www.instagram.com/imaginariuspictor/

e-mail: imaginariuspictor@gmail.com

I lavori di Stefano Ornella proposti in questo numero di Fare Voci:

Etimasia 2 olio su tela 2021

Orizzontale olio su tela 2020

Etimasia 1 olio su tela 2021

Ritratto in controluce olio su tela 2020

Incarnare la luce, arancio e viola olio su tela 2019

La figlia della gattara olio su tela 2023

Tempo sospeso olio su tela 2020

Nudo disteso dentro a una tenda olio su tela 2020

Autoritratto con cacatua olio su tela 2020

Etimasia 3 olio su tela 2022

 

 

 

rivista Fare Voci

curata da Giovanni Fierro

collaboratori:
Roberto Lamantea, Salvatore Cutrupi, Ilaria Battista, Laura Mautone, Luigi Auriemma, Massimiliano Bottazzo, Anna Piccioni, Antonio Nazzaro, Antonello Bifulco, Livio Caruso.